Angela restò come stupida, colla carta spiegata dinanzi agli occhi, e non credeva a se stessa, non sapeva se vedesse il vero, o se fosse qualche strana allucinazione. Alberto d'Andria! Una promessa di matrimonio alla... madre di Cosimo! Questa scoperta le parve così importante, e il mistero che intravedeva, sì tenebroso, che non osò decifrarlo, e non volle nemmeno affrettarsi a farne parte agli altri della famiglia. Ripose la carta nel borsellino, e lo rinchiuse nell'angolo più riposto del suo stipetto. Prima che ad altri il cuore le diceva di doverlo comunicare a quello che aveva un maggiore interesse a saperlo. Risolse di scriverne a Cosimo, ma non si affrettò temendo che l'emozione che ne proverebbe non avesse a compromettere la cura che intraprendeva, e sulla quale aveva fondato tanta speranza.

Aspettò dunque consiglio dal tempo, e chiuse in sè medesima il suo segreto.

VIII.

Il nostro Cosimo fece il suo viaggio fino a Parigi in una di quell'enormi macchine, che, prima dell'invenzione delle ferrovie, servivano al trasporto ordinario d'uomini e cose, e si chiamavano, per eufonia o ironia, diligenze, velociferi, corriere, ec. Da venti a ventiquattro esseri umani venivano insaccati in una vettura da due, da tre, da quattro piani o compartimenti, dal posto privilegiato al più economico, chiamato per la stessa metafora, il paradiso. Uomini e donne, preti e frati con tutte le loro attinenze erano posti alla rinfusa, dove fortuna li balestrava, o piuttosto il conduttore per sue buone ragioni li collocava. O per fortuna o per altra provvidenza che vi lascio immaginare, Cosimo si trovò agli avamposti, assiso comodamente accanto al conduttore del popolato veicolo. E fu bene per lui, giacchè se si fosse trovato nel corpo della carrozza in mezzo a dieci o dodici annoiati, vi so dire che la sua singolare configurazione sarebbe stata il tema delle inevitabili beffe, onde l'uno o l'altro della brigata l'avrebbe fatto segno per passatempo.

Cosa singolare! Egli non aveva mai pensato alla propria infermità se non da quindici giorni, dall'epoca appunto che aveva veduto il conte Alberto, e gli era stata svegliata nell'anima la lusinga di raddrizzarsi le reni. Una disgrazia irreparabile si sopporta senza pensarvi. Si sa che il condannato a morte suol riposare la notte che precede il supplizio: ma se tutto ad un tratto gli fosse fatta sperare la grazia, non chiuderebbe più gli occhi sotto il pungolo delle nuove speranze.

Quanto fu lungo il viaggio, e fu di tre giorni e due notti, non pensò ad altro che alla propria deformità, e per via di contrasto gli sorgeva incessantemente dinanzi la svelta e maestosa figura del conte d'Andria. Quel nome e quell'aspetto non gli parevano nuovi, ma non potè rammentarsi dove e quando ne avesse avuto contezza. Da una o da un'altra ragione che fosse mosso, il gentiluomo si era mostrato verso il povero nano di un'amorevolezza e d'una bontà singolare. A lui doveva i nuovi tratti di beneficenza che riceveva dal signor Lanzoni e da Angela; a lui la speranza di poter trasformarsi come il bruco nella farfalla, ed essere classificato in altra categoria della storia naturale che non fosse quella de' ragni. Eppure egli era ben lontano dal provar per il conte quella tenera gratitudine che avea sempre sentito per la sua protettrice e per il padre di lei. Il sentimento che nutriva per lui, se non era avversione, era almeno sospetto, era un'antipatia misteriosa che non sapeva spiegare, e della quale sentiva vergogna e quasi rimorso.

Avvezzo ad analizzare le proprie impressioni, come sogliono gli animi riflessivi e gli ingegni osservatori com'era il suo, si domandò se codesta contrarietà che provava per quel tipo di bellezza virile, non avesse per avventura il suo fondamento in una inescusabile gelosia, in quella livida invidia che ci fa risguardare sovente come nemici quelli che sono stati dalla natura o dalla sorte privilegiati su tutti gli altri.

Ma Cosimo era troppo umile e troppo nobile per avere quel brutto difetto. Tale qual era, egli amava le belle cose e i begli uomini. Era poeta. La bellezza, l'armonia delle forme, sotto qualunque aspetto si offerisse ai suoi occhi, gli pareva un lampo della divinità, un raggio dell'eterno bello. Aveva udito l'abate Arnaldo, il maestro di Angela, rimproverare al Foscolo d'aver ordinato, in non so quale delle sue opere, i beni della vita per modo che prima veniva la bellezza, poi la ricchezza, per ultimo la virtù. Pensandoci sopra, Cosimo si era pronunciato in favor del poeta. — La ricchezza e la virtù, pensava egli, si possono acquistare per forza d'ingegno e per costanza di volontà, ma la bellezza è un dono gratuito di Dio, è il sigillo onde il Creatore contrassegna i suoi prediletti. — Vero è che allora Cosimo non pensava che ad Angela, la quale alla bellezza veramente angelica, univa la bontà e la ricchezza di cui sapeva fare un uso sì degno. In tutte queste riflessioni che gli venivano sovente al pensiero, ei non aveva mai risguardato a se stesso. Si considerava come semplice spettatore della bellezza altrui, abbastanza fortunato per saperla distinguere ed apprezzare.

Ma ora per la prima volta non poteva pensare al conte Alberto senza confrontarlo con sè: e un tale ravvicinamento lo umiliava, lo mortificava, lo irritava malgrado suo....

Il moto monotono della diligenza che saliva lenta lenta le oblique svolte dell'alpe favoriva questa specie di sonnambulismo nel nostro Cosimo. Il conduttore sonnecchiava abbandonando alle guide sperimentate e ai postiglioni il governo del suo piccolo mondo. Alcuni viandanti erano scesi per superare a piedi una parte dell'erta. Cosimo s'era dimenticato nel suo angolo, perduto nelle sue fantasie, passando dalla veglia a quel sonno leggiero e pieno di visioni che ci sorprende alcuna volta in viaggio.