Ebbe un sogno assai strano, che doveva lasciare una traccia profonda nella sua immaginazione. Gli pareva di assistere alla creazione del mondo. Un vecchio venerando, come sogliono rappresentare nelle Bibbie illustrate, il Dio di Mosè, plasmava colle sue dita medesime il primo uomo, il quale di mano in mano che prendeva forma e figura, assumeva un aspetto che gli parea di conoscere. Quando il Signore, compiuta l'opera sua, gli soffiò lo spirito vitale, e quella statua meravigliosa aprì gli occhi e la bocca, Cosimo ravvisò le dignitose e leggiadre sembianze del conte d'Andria. Per naturale associazione d'idee, codesto nuovo Adamo mangiava il suo pomo e peccava. E Cosimo udì una voce gridare al colpevole: «Poichè non obbedisti a' miei comandi e abusasti delle tue facoltà contro gli ordini miei, io ti punirò ne' tuoi discendenti. Quelli che nasceranno da te non porteranno più l'impronta delle mie mani, ma obbediranno al fortuito accozzamento della materia.» Il colpevole restava perplesso al suono di queste parole, ma si riaveva ben tosto; e come per isfidare l'Altissimo, raccolta la creta che era rimasta, si provò a formare colle proprie mani un altro uomo a immagine sua. Ma l'argilla molle e stemperata non rispondea all'idea. La statua non sorgeva dritta e disinvolta come quella ch'era stata plasmata da Dio. La faccia avea bene qualche vestigio della prima creazione, ma il basso era sconcio e contorto in misero modo. Ne naque infatti un aborto, quest'essere deforme prendeva anch'esso una faccia non nuova. Il poveretto ravvisava in quel mostro informe se stesso!
Fu preso da tale spavento che si svegliò.
La carrozza era giunta sulla sommità del Cenisio. La brezza del mattino svegliò i viaggiatori ch'erano rimasti al loro posto. Gli altri giungevano trafelati dai sentieri laterali che avevano preso. Il moto, le grida, la magnifica prospettiva che si apriva allo sguardo, tutto ciò venne opportunamente a interrompere le tristi allucinazioni del giovanetto.
Il sole vestiva d'una luce rosea le vette de' monti circostanti. Cosimo salutò quella luce consolatrice, e veduto in un seno della montagna una selvetta di rododendri, ne colse un ramoscello fiorito per offerirlo in dono al suo angelo tutelare. Era tanto preoccupato dei suoi pensieri e delle sue fantasie, che avea dimenticato di trovarsi a tanta distanza da lei, e in procinto di abbandonare l'Italia. Gli cadde di mano quel ramo e risalì tutto accorato in vettura.
IX.
Lasciamo per un momento la parola ai nostri due amici. Ci spiace solo non aver ritrovato la prima lettera che Cosimo scrisse, appena giunto a Parigi, rendendo conto delle accoglienze che ricevette all'Istituto ortopedico, e delle buone speranze che il direttore gli aveva date. Queste notizie avevano rallegrata tutta la famiglia Lanzoni, ed Angela s'era assunta l'incarico di rispondere a Cosimo. Ecco la sua lettera tale e quale:
«Milano, 15 settembre 185...
»Fratello mio,
»Il babbo mi fece leggere la tua bella lettera, e mi lasciò il piacere di risponderti. Siamo tutti in festa per le buone accoglienze che ti furono fatte dal direttore dell'Istituto che mi sembra già di vedere, e che io amo da questo momento per la cura che prende di te. Dio voglia, mio caro Cosimo, che le nostre speranze non abbiano a restare deluse, e che tu possa uscire al più presto da cotesta casa più forte e più diritto della persona. Quanto al cuore e alla mente, ci basta che tu conservi la natural rettitudine che mostri fin qui!
»Questa è la risposta ufficiale ch'io ti fo, come segretaria della famiglia, ed anche, vedi onore! del signor conte d'Andria, che continua a prendere il più vivo interesse per la tua guarigione. Sul conto di questo signore avrei anzi a communicarti qualche altra cosa che ti risguarda più da vicino, ma preferisco parlartene a voce più tardi.