»Ora bisogna ch'io ti dica un po' delle cose nostre, del nostro giardino, delle nostre povere piante che sono ora immerse in quello stato di sonno e d'inerzia a cui le condanna l'inverno. Hai tu pensato, Cosimo, tu che cerchi sempre il perchè delle cose, hai tu ben pensato a questo periodo della vita vegetativa, e ai vari fenomeni che lo distinguono? Si suol dire che codesta è la stagione morta. Forse è morta per noi, che siamo privi del gradito spettacolo che presenta la natura nella pienezza della sua efflorescenza. Ma per le piante, a mio credere, è tutt'altro che morta. È un riposo apparente e necessario ai grandi misteri della germinazione e della trasformazione degli esseri. Come si può chiamar sonno e letargo quello del germe che dentro al suo duro guscio e alle sue molte membrane supera l'abisso che divide la semplice cristallizzazione dalla vita organica, e quello del bruco che nella oscura tomba in cui si è sepolto, fabbrica lentamente le sue ali, e le screzia di sì vivi colori per passare dalla vita di rettile a quella più nobile di farfalla? Tu che sei solito applicare all'uomo tutte le fasi della vita delle piante e degli animali, quale analogia trovi tu fra il sonno degli alberi e il nostro, fra la lunga letargia del verme che si prepara alla seconda sua vita, e le vicissitudini a cui ci condanna l'età? Qual è il nostro inverno, quale la nostra primavera? Perchè la pianta si rinnova e si ringiovanisce ogni anno, e noi non siamo giovani che una volta? Ho un bel domandare al maestro la ragione di queste cose. Egli non fa che rispondermi: misteri, misteri! Il dottore, che non vede altro che materia nel mondo, non ha una risposta più chiara da darmi. Vorrei ben sapere che cosa ne pensi tu. Quante volte non abbiamo noi trovato una spiegazione che gli altri non avevano saputo indicarci! Pensaci su nelle lunghe ore d'ozio e d'immobilità a cui ti condanna la cura intrapresa, e dimmi il tuo pensiero che s'incontrerà probabilmente col mio. Intanto eccoti le notizie che chiedi.

»Giacinto ha già ritirato ne' suoi stanzoni tutte le sue piante. È tutto intento ad esaminare il termometro, e a misurar loro il grado di calore che chieggono, a ventilarle, ad annaffiarle, a muoverle di sito perchè abbiano la luce e l'esposizione più conveniente a ciascuna. Povero Giacinto! Io non lo condanno. Egli cerca di render men trista la deportazione e l'esiglio a quelle povere vite avvezze ad espandersi sotto lo splendido cielo de' tropici, tra le folte foreste primitive del Messico, nelle acquidose convalli dell'Orenoco e del Gange. Mi sono proprio riconciliata con lui dacchè penso che quelle povere raminghe non viverebbero senza le sue cure, senza le sue stufe, senza l'aria tiepida che tratto tratto fa penetrare nelle serre più calde. Comprendo ora che egli pure alla sua maniera si presta ad un'opera di carità verso questi esseri innocenti e sfortunati, a questi re dell'Asia in esiglio. S'egli ammalasse, o se lo prendesse un'altra volta l'estro di andarsene, bisognerebbe pure ch'io ripigliassi l'opera sua, e sa il cielo se io saprei conoscere la natura e i bisogni di tutte queste piante così diverse. Rendiamogli dunque giustizia e facciamo pace con lui.

»Quanto al nostro giardino, esso è in vero molto mutato, e non presenta il gaio aspetto di prima. Non ha più fiori d'alcuna specie e d'alcun colore. Solo la parietaria, prima di perdere le sue foglie, le colora, come la vite, delle più belle tinte di porpora e d'oro che mai si vedessero in pianta. È l'ultimo addio che dà alla natura, è l'ultima bellezza che sfoggia prima di spandere i suoi granellini e prepararsi con essi una vita novella.

»Le altre piante abbandonano le loro foglie inutili che serviranno a preparare un soffice letto e il primo alimento alla giovane generazione. Ma non hanno bisogno nè di stufa, nè d'acqua, nè d'altro aiuto dell'arte. Sopportano la rigidezza del clima, la neve, la bruma, e il gelo stesso senza pericolo. Si direbbe che si stringano l'una contro l'altra, e si scaldino fraternamente a vicenda. Deggio pensarlo, poichè tutto il resto del giardino è coperto di neve come di un funebre drappo; quell'angolo solo è verde, e la neve si è dovuta squagliare per lasciare il respiro alle nostre povere pianticelle. Io credo che ciascheduna a parte non sarebbe bastata a vincere quello strato di ghiaccio: ma tutte insieme, cooperando bravamente, vinsero la neve e si procurarono la vista del cielo. Osservo che le piante indigene solamente, le così dette male erbe, hanno il coraggio e la forza di lottare contro il rigore della stagione. Quelle piante forestiere a cui demmo un asilo, sono già ite, e non è ben certo se le vedremo ripullulare più tardi. Così è, caro Cosimo. Ogni terra ha il suo germe particolare, e, benchè si presti sovente a nutrire figli non suoi, tuttavia conserva la sua predilezione pei proprii. Ti ricorda di quel rosajo del Bengala, che Giacinto, per farci una burla, aveva innestato al piede di una rosa canina? Il rovo ha fatto la burla a lui. Il nobile straniero seccò, e dal ceppo sorsero due o tre polle selvatiche che daran presto delle belle rosacce semplici, ma gentili più delle sue.

»L'altr'ieri recandomi a salutare quel luogo che verdeggiava solo come un'oasi in mezzo al deserto, ho trovato la nostra capanna abitata. Indovina da chi? Te lo do in cento.

»Tu non hai certo dimenticato quella povera gatta magra, spelata, tutta piaghe, che hai salvata dalle mani di quei tristanzuoli che la tormentavano, e veniva poi a ruzzarci d'intorno come per gratitudine? Ebbene, mio caro amico, l'altr'ieri, guardando nella capanna, vidi due occhi gialli che splendevano nell'angolo più remoto, e udii un miagolìo che mi fece riconoscere la nostra vecchia cliente. Appena mi vide, mi venne incontro circondata da tre gattini vispi e scherzosi. Dapprima pareva in sospetto; ma poi, come mi ebbe ravvisata, si rabbonì, e mi permise di accarezzare i suoi figliuolini. Essa è ancora lì, e vi si è accasata comodamente. Vado tratto tratto a vederla e le porto qualche vivanda per la sua famigliuola. Lo faccio non tanto per amore di questi nuovi ospiti che cercarono un asilo presso di noi, quanto perchè non vorrei che la necessità la spingesse a dar la caccia a due poveri pettirossi che svolazzano sul tetto della casuccia, e sembrano disposti a collocarvi il loro nido.

»Quanto agl'insetti che un tempo popolavano il nostro compartimento, non li veggo più. Certamente hanno cercato un ricovero sotto la terra o nei crepacci della muraglia. Negli angoli interni ci sono più di cento crisalidi che aspettano i primi tepori di primavera per rompere la loro prigione e spiegare il volo. Un istinto secreto deve avvertirle che l'aria è ancor troppo rigida, e che le piante hanno perduto i lor fiori.

»Addio, caro Cosimo. Vorrei ora parlarti degli uomini, ma che potrei dirti di nuovo? Noi non abbiamo nè trasformazioni, nè mutamenti sensibili. Si ciarla, si giuoca, si danza, si cerca di prolungare il giorno, e d'ingannar la stagione in mille maniere. Ma tutto questo non ha alcuna influenza sulla natura esteriore. Tutt'al più arriviamo ad illuderci e a crearci nell'appartamento uno stato fittizio, una primavera esotica a forza di studio e di spesa. Con qual frutto? Non oso dirlo. Quanto a me, mi diverto qualche volta a sfidare il freddo e la neve per aver la mia parte d'inverno e sentire più tardi tutta la voluttà della bella stagione....»

X.

Cosimo ad Angela.