Ma queste non erano osservazioni da farsi al buon carbonaio. Onde ringraziandolo della sua cortesia, lo lasciai proseguire colle sue mule. Rimasto solo, ricominciai a guardare l'iscrizione, il palazzo, la torre rimpiastricciata, e andava almanaccando fra me per raccapezzare un legame, un rapporto qualunque fra l'epigrafe, la tradizione ed il fatto. Mentre io me ne stavo così col mento all'aria, mi venne veduta la faccia rubizza e benevola del canonico ristauratore. Vedendomi così assorto, gli venne, credo, l'idea ch'io fossi edificato dell'opera sua, e mi fece un cotal sorriso che equivaleva a un invito. Risposi io pure sorridendo e accettando.

Il canonico mandò la fante ad aprirmi la porta, e quasi senza pensarci, mi trovai nel suo salotto dinanzi a lui.

II.

Il canonico era di fatti il più dabbene e garbato uomo del mondo. Ancorchè avesse commesso quel malaugurato ristauro, e se ne vantasse colla maggior buona fede come d'un'opera meritoria, era, come venni a conoscere, un diligente raccoglitore delle cronache patrie e di tutte le monete etrusche, com'ei diceva, che i contadini dissotterravano nei dintorni.

Fra le quali monete etrusche mi fece vedere egli stesso la monetina senese colla leggenda: Sena vetus civitas Virginis, posteriore di certo alla battaglia di Mont'aperto, giacchè la città di Siena si diede appunto alla Vergine in quell'occasione. Il reverendo, facendomi osservare quella iscrizione, mi accennò la maligna interpretazione che ne spacciavano i libertini, traducendo:

Siena vuota di citte. . . . .

— Non so — egli disse — se sant'Orsola ci potesse ora reclutare la sua legione di undicimila: ma profanare a questo modo le cose sante, per calunniare la virtù del bel sesso senese, questa è cosa che fa poco onore all'intelligenza e alla moralità degli interpreti! —

Io scrollai il capo con santa indignazione, e disapprovai, com'era di dovere, l'invereconda e maligna supposizione.

— Le donne di Siena, signore — riprese il canonico — furono sempre decantate per la loro bellezza e per la loro singolare modestia. — E qui mi sciorinò non so quante citazioni e storie e leggende, che a volerle ripetere sarei troppo lungo, e porterei come dicevano i Greci, civette in Atene.