Il fatto sta ch'era giorno. Il canonico, avvezzo a levarsi coll'alba per andare al paretaio, era venuto a sincerarsi che i diavoli avevano rispettato le leggi dell'ospitalità.
Gli raccontai il mio sogno, tale quale mi fu dato raccapezzarlo, facendo a lui le mie scuse per non aver saputo connettere in miglior modo le fila della leggenda ch'ei m'avea raccontato la sera.
Lo stesso faccio con voi miei cortesi lettori, e con te specialmente, gentile giovanetta dalle fulve chiome, che meritavi d'ispirare sogni migliori e fantasie più leggiadre che non sono le mie.
— Del resto, monsignore, questo è in parte l'opera vostra. Perchè farmi trovare costì accanto al letto il vostro rituale degli esorcismi? Lo esorcismo chiama il diavolo, più che nol cacci, e questa è la ragione dell'episodio incoerente e ridicolo che guastò la fine della mia storia.
— Il bello sta appunto nel fine — disse il canonico. — È molto più morale l'aver ricondotto a casa e in terra cristiana la nostra eroina, che lasciarla costì nel serraglio in mezzo agl'infedeli e agli eunuchi.
— Ma quei diavoli che intervengono così a sproposito?
— Il diavolo mette sempre la sua coda dove gli piace. E se fa de' brutti tiri nel nostro mondo, può farne alcuno di buono nel mondo de' sogni e delle chimere. E badate, che forse non eran diavoli veri. Voi stesso mi dite ch'erano maschere. Lasciamo dunque la cosa come sta, e se alcuno la vuole più bella, se la rifaccia.