Aveva un bel frugarmi in tutte le tasche: la mia chiave non c'era. O l'avevo lasciata a casa, o l'avevo perduta per via.

Era la mezzanotte. Mi trovavo dinanzi a un forte cancello di ferro, a guardia del quale non c'era nè cane nè portinaio. Nei tre piani della casa tutto taceva. Nessun lume appariva dalle finestre. Io conosceva per esperienza le abitudini de' casigliani. Avrei potuto picchiare e suonare per un'ora, senza riuscire a farmi sentire, o senza indurre quelle donne a lasciare le coltrici. I monelli del quartiere che si divertono spesso a suonare per celia, le avevano rese incredule ed impassibili a chi facesse appello per vera urgenza al loro buon cuore.

Dunque io restava escluso per tutta la notte dalla mia camera e dal mio letto.

Aveva due espedienti dinanzi a me: o passeggiare le vie di Firenze per altre sei o sette ore, o cercar ricovero in un albergo. Nè l'una cosa nè l'altra mi garbava gran fatto. Passeggiavo da due ore, e non sono più nell'età che la posizione verticale della persona mi sembri la più naturale.

Cercare un albergo.... avendo casa a Firenze, mi pareva un espediente da riservarsi per ultimo, quando avessi perduta ogni speranza di stendere le mie membra sul proprio letto. Ora ogni speranza non era del tutto perduta. Ogni zio possiede qualche nipote più o meno randagio: ed io ne ho uno che sento per ordinario salir le scale dopo di me. In quel momento desiderai ch'egli fosse ancora a qualche veglia, o al caffè, moltiplicando le partite di biliardo o di dominò. La sua finestra era ancora aperta, nè vi si scorgeva alcun lume. Era dunque fuori, e presto o tardi sarebbe tornato colle sue chiavi. Mi rassegnai ad aspettarlo a piè fermo, facendo la sentinella sulla mia porta.

Il tempo, dissi fra me, non sarà lungo, e ad ogni modo troverò maniera di abbreviarlo, osservando l'eterne stelle ed evocando gli spiriti che dalla mezzanotte fino al tocco hanno facoltà di rispondere alla chiamata de' vivi.

II.
La scena.

La parte di Firenze ch'io aveva dinanzi, era una cantonata nel sesto di San Miniato al monte.

Il quartiere, in quell'ora, era perfettamente silenzioso e deserto. Gli spiriti avrebbero potuto apparire senza timore di testimoni indiscreti. Le mie vicine avean chiuso ermeticamente le finestre. Le due tessitore così indefesse al telaio, non facevano più andare la spola, che comincia la mattina alle quattro il suo monotono via vai. Anche le due fioraine, dopo aver messi in istrettoio i loro riccioli, aveano detto addio al mondo esterno, che guardano dall'alto al basso aspettando di vederlo più da vicino.

Non erano ancora quindici minuti che una frotta di giovanotti avevano fatta la loro ronda, camminando col piè di feltro, per non turbare un concerto di chitarra e di armonica, ai quali si alternava uno stornello paesano cantato da una voce argentina, a cui gli altri tenevano bordone a labbri chiusi, perchè la voce sola salisse in alto e andasse al suo indirizzo coi suoi intendimenti. Quella serenata era passata due volte, senza che alcuna finestra si aprisse come per rispondere: grazie.