VIII.
Nuovi indugi.

Lasciamo la povera Marta, vedova un'altra volta, a Trieste. Federico era ito nell'Istria a riaprire il suo stabilimento. Corsero presto i quindici giorni dopo i quali dovea ritornarsene per celebrare le nozze; ma dai quindici s'andò presto ai venti, ai trenta, a due mesi, a tre, nè mai cessavano gli indugi e i pretesti che tendevano a giustificarli. La ragazza crucciavasi, la madre borbottava fra' denti le solite querele, i vecchi sospetti, e ne martoriava la figlia, com'ella fosse colpevole, non già vittima, della mala condotta di Federico. — Ma qui non istava tutta la disgrazia.

Per aver novelle di Federico le due donne dovevano spesso rivolgersi al signor B., giacchè questi s'era in certo modo costituito tutore di entrambi. Questi serbò per qualche tempo la maschera che aveva preso; ma la prima volta che si trovò a quattro occhi colla sua pupilla, così avea incominciato a chiamarla, passò dall'affettato contegno alle più lusinghevoli smancerie; volle entrare con Marta in certi particolari della sua relazione con Federico, che fecero arrossire e allarmarono la ragazza, già insospettita delle intenzioni di lui. Allora il protettore prese a guardarla con occhio di compassione, fece le viste di compiangerla sulla cattiva scelta che avea fatto. Quegli che avea fino allora fatto l'elogio di Federico, cominciò ad accusarlo alla sua fidanzata: le disse con quelle pessime reticenze che sono l'arme più terribile della calunnia, perchè la elaborano senza compromettere l'accusatore, le disse che Federico era uno scapestrato, un uomo senza carattere, un donnaiuolo di prima classe, che a quest'ora doveva esserle stato le cento volte infedele.... ch'egli sapeva.... cioè gli era stato raccontato per vero di una certa tresca con una ricca vedova di costì, e via via di tal passo, aggiungendo ciarla a ciarla, alternando le accuse alle scuse, e sempre in aria di paterna protezione verso la povera fanciulla. Questa sulle prime non volle creder nulla, poi cominciò a dubitare, e finì coll'essere persuasa e convinta che codesto lungo soggiorno nell'Istria non doveva essere senza un perchè.

Il perchè c'era bene, ma la causa principale di sì lungo indugio non era nell'Istria: era a Trieste. Il signor B. avea contato su questa lontananza, e sui dissapori che ne sarebbero insorti. Perciò non avea mancato di frapporre ostacoli al ritorno di Federico; l'avea consigliato a rimanersene lì finchè le sue cose si fossero alquanto avviate al meglio: che già del matrimonio non c'era fretta; che Marta non se ne dava gran pena, ed anzi era bene provarla, era bene avvezzarla a sottomettersi a quelle prudenti disposizioni che alfine erano dirette al suo maggior bene. — C'è sempre tempo di rompersi il collo — scriveva il signor B. che usurpava quel detto proverbiale a proposito di matrimonio e di pagare i suoi debiti. E il signor B. ottenne più che non aspirava, ottenne che Federico s'ingolfasse nuovamente ne' suoi vecchi legami colla Giustina, e dimenticasse un'altra volta sè stesso, i suoi giuramenti, e il suo amore per Marta.

Tutte queste manovre erano riuscite a dividere per sempre quei due cuori che stavano per unirsi, ma non per questo il signor B. si trovava a miglior partito. Egli fremeva d'essersi adoperato sì a lungo senza profitto, fremeva d'aver gittato inutilmente le sue parole, il suo denaro, il suo tempo. Codesta resistenza di Marta a' suoi tentativi, egli non poteva ad altro attribuirla che ad un amore sincero per Federico, e alla ferma speranza di un matrimonio. Perchè il signor B. non credeva alla fermezza d'una fanciulla del popolo, non credeva alla sua onestà, e persistendo nella presa risoluzione tanto più ostinato quanto era maggiore l'ostacolo, ingannavasi sempre sulla vera natura di questo, ed assaliva la fortezza dal lato ov'era meglio agguerrita.

Un bel giorno pensò di finirla. Comunicò alle due donne che Federico non pensava più ad esse, che ritraevasi da' suoi impegni, che anzi le sue circostanze presenti gli consigliavano un altro legame costì. Vi lascio pensare lo sdegno e le lacrime delle meschine. Sul principio non volevano prestar fede, ma il signor B. mostrò di prendere siffatta parte alle loro disgrazie, che terminò di convincerle. Egli nominò la persona, trasse fuori una lettera di Federico ed altre prove della verità dell'asserto. La vecchia soffocata dalla collera si teneva in silenzio: ma la Marta, levandosi ritta, colla destra alzata in atto minaccioso, pallida e scarmigliata: — E bene, — disse — se è vero ciò che mi dite, guai a Federico! O io o nessuna! Le leggi ci saranno anche per me: le leggi mi faranno giustizia! —

Il signor B. si strinse nelle spalle.

— Ah! no? voi non lo credete? — ripigliò Marta. — Son dunque un nulla le promesse, i giuramenti degli uomini? Egli ha giurato di sposarmi dinanzi alla Madonna di Loreto: sono lì ancora nella mia camera le due candele che ardevano dinanzi all'immagine della Beata. Guai a lui, guai a lui se mi manca! —

Il signor B. sempre seduto sul suo seggiolone, seguitava a guardarla con occhi di compassione. — Le leggi! le leggi! — diceva. — Le leggi, o ragazza, hanno ben altro a fare che a proteggere gl'innamorati. Che cosa sa il giudice di que' giuramenti? Federico risponderà che non ne sa nulla, che non t'ha mai conosciuta, che non ha alcun impegno con te, e basta così.