IX.
Crisi.

La sciagura, il disinganno di Marta erano giunti all'estremo. Benchè avesse in sospetto le asserzioni dell'ipocrita suo protettore, una voce interna, un funesto presentimento le veniva dicendo che tutto era vero. Tutte le azioni di Federico, tutte le sue parole, la doppiezza del suo carattere, quella eterna perplessità che prova più che altro il difetto di forza e di sentimento, tuttociò la confermava nella dolorosa certezza ch'ella era tradita, che tutte le sue speranze erano ite al vento, che la sua sventura non avea più rimedio. Il suo piccolo tesoro, frutto dei materni risparmi, irreparabilmente perduto non dava a lei tanto cruccio quanto alla vecchia; ma la tormentava l'ingratitudine di quell'uomo, l'abuso che ne doveva aver fatto, l'idea della propria credulità, della propria confidenza così indegnamente delusa.

Quanto al suo amore per Federico, esso avea dato luogo alla indifferenza, al disinganno, al rimorso. Comprese in quel momento ch'egli non l'avea amata giammai, comprese ch'ella avea sprecato i tesori del suo cuore ad un uomo che non era fatto per lei. Vide crollare tutt'ad un tratto quel bell'edifizio di rosei sogni, di chimerica felicità che nel secreto dell'anima avea fabbricato. Il sentimento che la comprese in quel punto, era un amaro disprezzo della vita. Avrebbe voluto rifarsi da capo, e ammaestrata della propria esperienza, vivere solitaria e senza amore, piuttostochè incorrere in sì funesti inganni.

Ma non era più tempo di annullare il passato; non era più tempo di retrocedere. Questa parola che le era sfuggita dinanzi al suo tentatore in un momento d'angoscia e di collera, era un'orribile verità. I suoi legami con Federico avevano la sanzione della maternità. Era questo un mistero per tutti fuor che per lei. La madre, Federico medesimo non n'aveano che un lontano sentore. Ella avea ceduto ad un momento di debolezza, avea ceduto alle istanze, alle preghiere, alle minaccie del suo promesso. Forse avea creduto di suggellare così quei legami non ancora consecrati dalla legge, e di renderli indissolubili. Chi può dir nulla di quel conflitto tra il dovere e la natura, tra la verecondia e la passione? Chi può analizzar quei momenti nei quali i sensi offuscano l'intelletto, e la misera donna lotta contro due forze una esterna, l'altra interna che concorrono a perderla? E Marta s'era davvero perduta.

Ritornata alla sua cameretta, lo sguardo materno la interrogò sul senso di quella parola che le era sfuggita, e lo sguardo della povera fanciulla avea rivelato il mistero. Poche ore prima ella avrebbe temuto i rimproveri della madre severa, ora ella avea a temere qualche cosa di più grave e di più irreparabile. La vecchia medesima non trovò parola per inveire contro di lei, per biasimarla dell'accaduto. Tutte e due si trovarono abbracciate e piansero amaramente. Tutte e due sentirono la gravezza del male, e non videro come porvi riparo. Si coricarono senza parlare, aspettando dalla luce del giorno un più sereno consiglio.

Ma la giovane non chiuse occhio. Ella passò la notte chiamando l'uno dopo l'altro ad esame i più estremi partiti. — E se fosse un'invenzione di costui? — si sforzò la misera di pensare: ma non fu lungamente blandita da questa speranza. Immaginò di ricorrere ai tribunali, di palesare il suo stato, di citare il tristo a mantenere la promessa: ma oltrechè poco potea consolarla una riparazione avuta per quella via, ella sapeva abbastanza di mondo, e conosceva parecchie storie di povere vittime colle quali s'era trovata a contatto, per non lusingarsi d'ottenere quella riparazione ch'ella voleva, o quella vendetta che le pareva giusta.

Dissi non a caso vendetta. Giunta a questo punto delle sue riflessioni, sentì l'amore deluso cambiarsi in odio. La vita disonorata che l'attendeva l'era venuta in orrore: se in quel momento avesse potuto sprofondarsi sotterra e spegnere l'anima e la memoria, l'avrebbe fatto. L'avvenire, che in altro tempo le si presentava roseo e sereno, era adesso tutto tenebre e tutto guai. La madre stessa, il suo affetto tenero ed efficace non rischiarava quell'orizzonte: ricordava quel suo sguardo severo, quel rimprovero muto che le sarebbe stato eternamente dinanzi e al quale non avrebbe trovata risposta. La madre! E non aveva ella perduto i poveri frutti di tante fatiche per colpa sua? E la miseria che sovrastava a' suoi vecchi giorni, non doveva imputarsi a lei? Tutte queste riflessioni erano esagerate, più tetre forse che non doveano; ma non pertanto erano men tormentose e meno reali alla inferma immaginazione dell'infelice. E il loro peso fu insopportabile alla sua mente: il suo povero intelletto fu pervertito in quell'ore tremende: allora seguì la crisi che la doveva portare al delitto. Il giorno, anzichè recare un po' di calma in quella cupa tempesta, non fece che raffermare una risoluzione che le era sembrata inevitabile, necessaria.

— Madre mia, — diss'ella con accento risoluto e solenne — madre mia, ho pensato tutta la notte: ho avuta una ispirazione alla quale devo obbedire. Lasciatemi andare: io voglio vederlo, voglio saper di che morte s'ha da morire. — La madre le mosse qualche dubbio, tentò stornarla da quel viaggio, ma fu vinta dalle istanze di lei. Volle però accompagnarla. Benchè da queste parole non avesse potuto indovinare il disegno della figliuola, non era prudenza lasciarla andar così sola ad affrontare forse una ripulsa, un insulto, e la fatale certezza della sua disgrazia. Marta fece un fardello d'alcune sue robe, e tutte e due s'avviarono verso l'Istria.

X.
Le due candele.

Cammin facendo poche volte ruppero il silenzio per cambiare fra loro qualche parola. Marta precedeva sempre di due passi la madre, non già perchè quest'ultima fosse dall'età ritardata; ma non era stimolata come la figlia da un interno pungolo che le faceva divorare la via. Quel po' di speranza, o meglio, quel po' d'incertezza che le restava sulla sua sorte, anzichè mitigarle l'angoscia, gliela rendeva più tormentosa. Avrebbe voluto sapere tutto ad un tratto che non le rimaneva nulla a sperare. Questa certezza, per dura che fosse, le sarebbe stata meno insopportabile della presente inquietudine; come il condannato che non può chiuder occhio la notte che precede la sua sentenza, e suole dormire tranquillo la vigilia del suo supplizio. La infelice giovane anelava a codesto termine qualunque fosse, del dubbio presente, e camminava spedita su per le frequenti salite, come andasse alla festa. Dopo alcune ore di viaggio giunsero al luogo fissato, e si fermarono ad un'osteria suburbana, per far colazione e concertarsi fra loro. Marta a questo momento avea perduta la fretta, onde non s'oppose all'indugio, benchè pensasse a tutt'altro che a prender cibo. Una fante della taverna recò loro del pane, del cacio, e una mezzina di vino. Mentre la vecchia mangiava, Marta accostava macchinalmente alle labbra qualche minuzzolo, ma si vedeva chiaramente che lo faceva per compiacenza e per non farsi scorgere alla fantesca. Le venne intanto il pensiero di chieder conto a quest'ultima di Federico; e le domandò senza più se conoscesse un giovane parrucchiere venuto di recente a stabilirsi costì.