— Il signor Federico? — chiese la fante — quello di Trieste che si fa sposo?
— Che si fa sposo? — ridomandò tutta pallida la povera Marta.
— Appunto, — rispose l'interrogata.
— Con chi?
— Non lo sapete? siete forestiere voi altre. Si fa sposo colla Giustina, una governante del signor S... ma del resto un buon matrimonio. È una donna ancora fresca, benchè non aspetti più i trenta, e il padrone, capperi! le ha fatto del bene, come era suo debito.
— Siete voi ben sicura di questo? — domandò la madre di Marta.
— Capperi! sicurissima. Lo sa tutto il paese. È una vecchia tresca del barbierino... perchè non è già la prima volta che viene in questa città; c'è stato ancora, ma in quel tempo era sempre vivo il padrone della Giustina, ed ha trovato pan per focaccia. Ora poi il vecchio è morto, e non vi sono più impedimenti. —
Marta ascoltava sbadatamente, come pensasse a tutt'altro, scherzava col coltello appuntato che la fante aveva recato col cacio, e affettava il pane che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto si volse alla fantesca con un pajo d'occhi da spiritata e le disse: — Basta, basta, non vogliamo saper più in là! — La fante, così ricisamente interrotta, fece una smorfia e se n'andò pe' fatti suoi.
Rimaste sole, la madre a cui non era sfuggito il turbamento della figliuola, procurò di calmarla, e le propose di ritornarsene a casa.
— Ritornare a casa? Povera mamma! ritornare a casa prima di conoscere la sposa, prima di offrire a Federico le nostre felicitazioni! Mai no. Senti, madre mia. Ho portato con me le due candele benedette che sai. Andiamo alla chiesa. Pregherò il sacrestano che le accenda dinanzi alla Madonna. La Beata Vergine sa il mio stato, e non vorrà permettere ch'io muoja così....