DAL GIORNALE DI UN MEDICO.

UN PO' DI PROEMIO.

Io non corro la città in una superba carrozza magnificando ai nobili malati e alle isteriche dame i misteri della omeopatia, o consigliando loro le terme degli Euganei, le acque di Recoaro o di Biarriz. Avendomi una sincera esperienza insegnato a confidare nella virtù di pochi e volgari rimedi, i farmacisti non m'hanno voluto creare un'alta riputazione e sono sempre restato medico della povera gente. La cosa che più mi grava dacchè divenni vecchio, è salir nei soffitti a pericolo sempre di rompermi le gambe, o la testa, a trovarvi ammalati squallidi, e senza quattrini, a cui la ricetta migliore sarebbe un cibo più sano e più sostanzioso.

Jer l'altro, 13 ottobre, fui pregato da una povera donna a visitare una sua buona amica che giaceva gravemente ammalata. Non esitai punto e mi rassegnai a salire ben cento e venti scalini, finchè in un quinto piano, sopra un miserabile cuccio vidi le sparute sembianze d'una vecchia settuagenaria alla quale si poteva applicare quel verso di Byron:

Guancia di pergamena, occhio di pietra.

Ella si sforzava a parlare e a spiegarmi i sintomi della sua malattia, ma dopo poche parole la prese una tosse ostinata, sì ch'io l'ho consigliata a tacere. Assiso accanto a lei, procurai di congetturare la qualità del suo male dai fenomeni che si alternavano sulla sua faccia. Ho potuto saperne abbastanza quanto alla malattia; ma avvezzo a cercar qualche cosa di più, mi parve di ravvisare su quelle sembianze le traccie d'un'antica bellezza e tutti i sintomi d'una vita avventurosa, o come direbbero i moderni, drammatica. Quel giorno non era cosa prudente interrogarla; ma l'indomani, essendosi calmata la tosse, e un po' eccitate le forze vitali, gittai sbadatamente una domanda sulla passata sua condizione, e le domandai da quanto tempo trovavasi in quella casa.

— Vi nacqui — rispose — e da settant'anni non ne sono uscita mai. — Potete credere s'io rimasi balordo trovandomi ingannato a tal segno nelle mie congetture; e fui per mandare al diavolo Lavater e Gall, e la lunga mia pratica a indovinare dai lineamenti esterni, le interne rughe dell'animo.

— Nata e vissuta in questa soffitta? — ripresi.

— No signore, — sospirò la vecchia — nacqui nel pian terreno, sotto una scala, e non venni a morire quassù, se non passando per una serie di sventure e di guai. Tal quale mi vedete ho avuto anch'io la mia storia, e s'io potessi narrarvela, la credereste un romanzo. —

Udendo queste parole restituii nel mio pensiero al fisionomo e al frenologo la loro reputazione; e giacchè non aveva alcun'altra visita che mi premesse, e le mie gambe sentivano il bisogno di riposarsi, la pregai volesse mettermi a parte di queste strane avventure, aggiungendo, per celare d'una maschera filosofica la mia curiosità, che forse la conoscenza della sua vita mi gioverebbe a fare una diagnosi più giusta della sua malattia.