CAPITOLO I.
Pian terreno.
— Quell'oscuro ricettacolo ove abita il portinajo, e vi tiene la sua bottega di ciabattino, e vi mangia e vi dorme tranquillo finchè gl'inquilini più girandoloni vengano a risvegliarlo, quello mi vide nascere, signor mio, e fu il teatro della mia giovinezza. Perdetti di cinque anni la madre, buona donna, di cui conservo un'oscura reminiscenza, e che per bene della sua figlia avrebbe dovuto morire qualche anno più tardi. Restai dunque sotto la custodia del mio povero padre, che avea bisogno di ubriacarsi tutti i giorni, e sotto quella di tutti i servitori degli appartamenti superiori che andavano e venivano per quell'andito. Vivace, petulante e facile ad appassionarmi di tutto, a ridere e a piangere in un minuto, io stuzzicava l'uno, teneva broncio all'altro, danzava sulle ginocchia del maggiordomo, e mi avvinghiava colle braccia carezzevoli intorno al suo collo.
Giunta ai dodici anni m'accorsi che tutti mi portavano un certo affetto; e guardandomi d'attorno io medesima, mi vergognai per la prima volta dei luridi cenci che mi vestivano. Io non avea una madre che mi assettasse i capelli e andasse superba di pormi addosso una gonnella nuova ed un nastro intorno alla vita. E vedeva tutti i giorni andar su e giù le fanti e le cameriere delle dame che albergavano nel palazzo tutte linde, tutte eleganti da non invidiare le loro padrone. Ne provai una indicibile gelosia e posi in opera tutti i mezzi per migliorare il mio abbigliamento. Pregai per un fazzoletto, diedi un bacio per un vestito, sparsi una lagrima per un grembiule: ma senza pensare che i vezzi di una donna possono formare il suo capitale.
Così passai il terzo lustro della mia vita, divenuta l'oggetto di vivaci persecuzioni ai lacchè, di rapida maraviglia ai passeggieri, di frivola compiacenza a mio padre, e di sterile compassione alle vecchie dame che mi vedevano sulla porta del loro palazzo, e prevedevano la mia perdizione senza darsi pensiero di prevenirla.
Mio padre cedè al soverchio uso del vino, divenne imbecille e morì. Io non avevo pensato mai ch'ei dovesse mancare; e quando lo vidi freddo e inanimato sopra il suo letto, potevo appena credere alla realtà della mia disgrazia. Quando poi ne fui certa, diedi in dirotte lagrime e avrei sinceramente desiderato di seguirlo nel suo sepolcro. Povero padre mio. Solamente allora conobbi d'aver avuto in te l'unico sostegno della mia vita! Solo allora sentii d'amarti, e forse le lagrime che versai, furono il primo tributo della mia tenerezza, che ricevesti quando tu non potevi più goderne.
Viveva al primo piano una vecchia signora mezzo cieca la quale aveva bisogno d'una fanciulla che l'accompagnasse alla chiesa. Credette di fare un atto di beneficenza verso di me che non le fosse infruttuoso del tutto, e m'offerse di prendermi seco. Così di quindici anni io abbandonai il mio giaciglio sotto la scala, e posi piede in un agiato appartamento, abitato dalla mia benefattrice e da un nipote erede futuro delle sue ricchezze. Ecco il primo passo che la mia disgrazia, o la mia fortuna, come vorrete chiamarla, mi fece fare. Io appresi un po' a leggere, a scrivere un vigliettino d'amore: ebbi migliori alimenti, migliori vestiti, e fui salva dall'impertinenze dei venti o trenta servitori che albergavano nei cinque piani di questa casa.
CAPITOLO II.
Primo piano.
Ernesto, così chiamavasi il nipote della mia benefattrice, era un bel giovane biondo, di una salute fievole e delicata, alla quale non avea recato alcun giovamento la vita metodica del collegio. La buona zia l'avea richiamato presso di sè, e lo circondava di tante cure che il povero giovine non avrebbe potuto dimenticare neppure un momento la sua infermità. Quando io gli ministrava lo sciloppo di lichene, o il suo bicchiere di latte d'asina, egli fisava sopra di me quei suoi grandi languidi occhi azzurri come aspettasse la sua salute piuttosto dalla mia vista, che dalla medicina ch'io gli apprestava. Era impossibile che non sorgesse negli animi nostri una reciproca simpatia. Non vi dirò già ch'io l'amassi com'ei mi amava: credo anzi che la compassione, l'interesse, la consuetudine più che l'amor vero m'inducesse a sofferire pazientemente le sue carezze e i suoi giovanili attentati.
Non si maravigli, signor mio, s'io mi servo di questa parola: sofferire. Trasportata da quel misero bugigattolo in un ricco appartamento, io aveva assunto involontariamente quel contegno circospetto e schifiltoso ch'io vedeva prendere alle damigelle di qualità: contegno che non mi fu difficile conservare, giacchè, come dissi, il mio cuore non era tocco. A questo modo io martoriava senza saperlo o senza pensarci il povero Ernesto, il quale vittima de' miei capricci passava dall'eliso all'abisso in poco volger d'ore, ora credendosi amato, ora accorgendosi della mia indifferenza per tornar ad illudersi quando mi fosse piaciuto di lusingarlo con uno sguardo o con una dolce parola. Io era ben trista, non è vero?.. Ne sono stata severamente punita più tardi, come le dirò, se le piacerà d'ascoltarmi.
Questa specie di altalena alla quale i miei capricci e la mia civetteria condannavano il povero Ernesto, dovette influire sinistramente sulla debole sua salute, cosicchè dopo alcuni mesi ei fu costretto dai medici a mettersi in letto, dal quale non doveva uscire che per passare al sepolcro. Egli abbandonava il languido capo sul suo cuscino, e le sue guancie pallide si soffondevano tratto tratto di quella porpora che annuncia già prossimo lo stadio fatale. La sua zia pregava assiduamente perchè egli potesse sopravviverle, ereditare i suoi beni, trasmettere il suo nome ad altre generazioni. Povera signora! Le sue preghiere non dovevano essere esaudite.