CAPITOLO IV.
Terzo piano.

La notte avea calmato il dolor fisico che aggravava il petto alla mia singolare ammalata: ma il racconto delle sue avventure incominciato il giorno innanzi, benchè non era probabile ch'io ne fossi il primo depositario, le avea lasciato sul volto le tracce d'un profondo abbattimento morale. Ella mi espose il suo stato e come avesse passato la notte, ma pareva disposta a lasciarmi partire senza riprendere il filo del suo discorso. Nè io certamente l'avrei forzata a seguire, non volendo per tutto l'oro del mondo ritentare la piaga che non sembrava ancora cicatrizzata. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nelle miserie.... se pure poteva dirsi felice quel tempo che ella s'era vista trabalzare dalla fortuna in sì rapida vicenda di condizioni.

Quando fui per congedarmi, e prendevo il cappello e la mazza in un angolo di quell'oscura soffitta, ella mi seguì collo sguardo, e quasi se ne fosse ricordata in quel punto: — Non volete — disse — udire il seguito della mia storia?

— Io credeva d'esser troppo indiscreto a domandarvene, buona donna. D'altronde non mancherà tempo.

— No, no, riprese, io voglio dirvi tutto, e se ne provassi qualche acerba trafittura, la risguarderò come una salutare espiazione delle mie follie, e de' miei traviamenti. —

Io mi sedetti, e senza aggiunger parola mi posi ad ascoltare.

— Quel tristo presagio che mi colpì ritornando dal teatro, s'avverò nella maniera la più crudele.

La morte del povero Ernesto che forse era stata affrettata da' miei capricci voleva una vendetta, ed io la provai condannata ad amare, alla mia volta, con tutta la forza dell'anima, con la piena certezza di profondere i tesori della mia tenerezza ad un uomo che non sapeva, e forse non poteva apprezzarla. Io aveva sacrificato al nuovo mio amante un ricco e splendido collocamento: egli non dovea pagarmi ben presto che della più nera ingratitudine. Io vissi con esso lui più mesi bevendo nei suoi occhi l'amore e inebriandomi degli applausi che il pubblico tributava al suo canto: non avrei cangiato la mia sorte con chicchessia. Mi avvenne allora di fare la conoscenza della celebre Catalani, la quale nella prima aurora della sua gloria, divideva i trionfi del mio tiranno. Io aveva sortito dalla natura una buona voce. Sedotta dal clamoroso successo che la musica cominciava a ottenere, lusingata dalla speranza di parteciparne i trionfi, incoraggiata dalla medesima Catalani, forzata da colui, la cui volontà m'era divenuta comando, io presi alquante lezioni di canto, ed apersi una soirée settimanale nelle mie stanze, nella quale doveva dar saggio delle mie forze e della mia virtù musicale.

Alcuni ricchi inglesi dilettanti di canto e splendidi donatori vennero a tributare alla mia voce e più forse alla mia bellezza i loro omaggi. In pochi mesi io mi trovai ricca quanto bastava a poter condurre tranquillamente il resto della mia vita con lui. Ma non era già questo il suo pensiero. Egli voleva ch'io battessi assolutamente il teatro; m'indusse a realizzare tutto quello ch'io possedeva in virtù del primo mio matrimonio, ed io mi lasciai indurre ad affrontare il giudizio d'un pubblico, il quale era già reso difficile dal merito eminente della Catalani. Quel mostro al quale m'abbandonavo colla più spensierata fiducia, dovea certamente aver preveduto l'obbrobrio a cui i suoi consigli m'avevano esposta. Io non fui risparmiata dal pubblico; ho raccolto fin dalla prima sera una larga mèsse di fischi, ben dovuti alla mia presunzione. Chiusa nella carrozza io me ne ritornava al mio terzo piano, e aveva bisogno di nascondere il mio capo avvilito in seno dell'amicizia e dell'amore. Delusa! L'appartamento era stato improvvisamente spogliato dei più ricchi ornamenti; le mie gemme, i miei tesori, tutto m'era stato rapito. Voi v'immaginate da chi. Una nave che stava alla vela trasportava per l'alto mare tutte le mie ricchezze, tutte le mie speranze, l'ultimo filo che mi legava ancora alla vita, e che avrebbe forse potuto condurmi a salvamento.