La conversazione prese allora un'altra piega. Il conte Alberto, avendo inteso che si trattava di un povero gobbo che interessava sì vivamente la famiglia per le sue buone qualità d'intelletto e di cuore, si mise a narrar maraviglie di un istituto ortopedico che avea visitato a Parigi, e che dava risultati mirabili.
— Nulla è più impossibile alla scienza — disse il nostro viaggiatore. — Il dottore di casa, e l'abate, che soleva leggere le riviste scientifiche del tempo, appoggiarono entrambi le parole del conte, tanto che il signor Lanzoni lasciò intravedere la sua intenzione di confidare il povero trovatello ad uno di quegli Stabilimenti.
Il padre di Angela aveva un cuore che teneva molto di quello della figliuola. Potendo fare il bene, non lo faceva a metà. Fu stabilito che il conte avrebbe esaminato il fanciullo, e ne avrebbe scritto al direttore dell'istituto che avea visitato, per sapere se la qualità del difetto e l'età dell'infermo lasciassero qualche speranza di guarigione.
VI.
Angela aveva inteso con visibile emozione il progetto di sottoporre il suo allievo ad una cura ortopedica: ma non avea preso parte al discorso, ignorando affatto l'esistenza e l'efficacia di questo metodo. Ella non avea mai considerata come curabile la strana conformazione di Cosimo, nè vi pensava che per deplorare la crudel bizzarria della sorte che l'avea così condannato ad essere il ludibrio delle altrui beffe o dell'altrui compassione. Ora le sue idee presero naturalmente una nuova piega, e poichè l'arte umana poteva liberare da quello stato infelice il povero infermo, si diede tutta a sollecitarne l'effetto.
La mattina susseguente sorprese Cosimo affaccendato nelle sue consuete occupazioni, e dopo averlo ringraziato con affetto de' suoi disegni, lo informò del progetto che si era intavolato sul conto suo.
Cosimo l'ascoltò come trasognato senza comprender bene di che parlasse. Anch'egli, al pari di lei, avea risguardato sempre la propria deformità come un male senza rimedio, e si era rassegnato a sopportarlo per tutta la vita. Non diremo che non sentisse con qualche amarezza le sconce risa che suonavano intorno a lui, e le celie poco decenti che gli fioccavano addosso, ma vi si era già accostumato per modo che non ne faceva più caso. Cercava di prevenirle e di evitarle quando poteva, rendendosi caro ed utile a tutti colle sue buone parole e coi mille piccoli servigi che procurava di rendere a quanti potesse. E quando pensava che, senza quel difetto, non avrebbe forse mai conosciuta la sua benefattrice, era quasi tentato di ringraziar la natura e la fortuna di averlo concio a quel modo. Ora vedendo la possibilità di riguadagnare il suo posto nel numero degli esseri regolari e ben naturati, restava perplesso, come quegli che si trova dinanzi una prospettiva che non si aspettava nè immaginava vedere. Una folla di idee e di desiderii nuovi gli si affacciavano alla mente e gli agitavano il cuore: ma l'abito del dolore e il suo naturale buon senso lo ritennero dall'abbandonarsi a troppo lusinghiere speranze.
D'altronde gli corse subito al pensiero che, a voler tentare siffatta cura, bisognava lasciar Milano, bisognava abbandonar quella casa e quelle persone così affettuose e così care, quell'angelo che aveva dinanzi agli occhi, e che non osava di riguardare. Non più vederla, non più udir la soave sua voce, ciò gli pareva gran sacrifizio, anche se avessegli a fruttare la felice metamorfosi che gli era promessa.