Vi prego di volermi accordare un sussidio giornaliero....».
Ohimè, diss'io, si comincia male. Questo disgraziato mi crede un'eccellenza, e per di più un milionario.
Tirai un po' turbato e scontento, non sapevo io stesso di che, al municipio. Credevo trovarvi tutti gli elettori, come a Rocchetta. Mancavano molti, mancavano anche i Franciosi, in casa di cui dovevo andare. E nel mio disappunto guardai un po' di traverso il sindaco, che mi parve più sollecito di venirmi incontro, che di fare gli avvisi e prendere disposizioni opportune. Il mio disappunto mi comparve sulla faccia, e oscurò i volti di tanti bravi amici che m'erano intorno. Si fece uno di quei silenzi, che parlano più della parola, ci capivamo tutti. Ma fu un momento. Domandai scrivere. Scrissi:
«Caro Franciosi,
Sono il vostro ospite, e non mi venite incontro, e non vi trovo qui....»
E non so cos'altro mi sarebbe venuto sotto la penna, ma mi padroneggiai subito e dissi: qui ci dee essere un malinteso, e stracciai la carta. Vidi che quella gente stava lì per sentirmi, e dissi poche parole col cuore, e mi batterono le mani e le facce si rischiararono. Ora sono stanco, conchiusi, domani voglio vedere tutti gli elettori qui. E andai a casa Franciosi. Il bravo sindaco[22], che mi avrebbe voluto in casa sua, storse un po' gli occhi, ma comprese il mio pensiero e mi accompagnò.
Mi venne incontro per le scale Michelangiolo, vecchio amico di casa, mio collega al Consiglio provinciale, e che già un'altra volta mi aveva offerta ospitalità. Mi si diceva che quella casa era divenuta il covo dei miei avversarii, e non credevo possibile ciò e mi pareva cosa contro natura. Abbracciai lo zio don Vincenzo, un vecchio giovanile, faccia arguta, mente fresca, gravida di motti e di fatterelli, che scoppiettano fuori ad ogni tratto. Voi avete lasciato male amministrare il vostro nome, disse lui. E dunque, eccomi qua, diss'io, ora sono io che lo amministro. E pensai: don Vincenzo è già conquistato. Ma che! Mi scappa di sotto al discorso, e mi parla del sonetto. Che sonetto? diss'io.
—Come che sonetto? Quel tale sonetto che era così bello, e voi trovaste brutto! E la bella ragione! Brutto perchè lì dentro ci è Cupido con le ali.
—Tientelo dunque caro questo sonetto, amico mio, e anche Cupido, se ti piace.
—Ma io l'ho capita! Si vede che siete un romantico.