Povero Teologo, pensai, la brutta figura che io ti ho fatto fare! Tu te la dormi saporitamente, e immagineresti mai più che se' stato la mia comparsa, la comparsa del mio cervello. Ma onde mi vengono tante ubbie? e che pazzie son queste?
E passeggiavo. E di cosa in cosa, non so come, mi tornò innanzi quel: niente muore e tutto si trasforma. L'immaginazione mi ha ingrandito gli oggetti, pensai, e per disfare un romanzo ne ho fatto un altro. Tutta questa roba notturna non è che un cattivo romanzo, messomi nel cervello dal malumore, dal sentirmi contrariato nella mia aspettazione. E volere sfogare il mio malumore pigliandomela con questi miei concittadini, i quali non hanno in fondo altro torto, che di esser nati qui! Tutto si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia e in piccol numero d'anni si farà il lavoro di secoli[36]. La industria, il commercio, l'agricoltura saranno i motori di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono vivi e le tempre sono forti. Questa stessa resistenza che incontro, questa durezza che talora chiamerei rozzezza, questa fedeltà a impegni presi, a parola data, non mi prova che qui carattere c'è? E dove è carattere, c'è la stoffa dell'avvenire. E io non debbo pure fare qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? Non so, ma questa stessa loro resistenza più mi attira, più mi lega a loro. Essi credono indispettirmi, e dicono forse: ci faremo così brutti, così rozzi, che De Sanctis si sdegnerà, e non vorrà saperne di noi, e daremo la vittoria al nostro amico. E non mi indovinano, e non sanno che più accendono in me il desiderio di farli miei, di essere il loro amico. Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro cuori.
E con questi propositi mi posi a meditare cosa avevo loro a dire.
[V.]
Il Discorso.
Napoli, 24 febbraio.
Io soglio meditare passeggiando. Se mi seggo, le idee mi si abbuiano e mi viene il sonno. Ho bisogno di stare in piedi, di avere ritta tutta la persona. E quando medito, fossi anche fra cento persone, sto sempre lì, non mi distraggo mai. Mi chiamano distratto. La verità è che siccome per me l'importante è spesso quello che medito e non quello che dicono, tutto quel vento di parole che mi soffia all'orecchio non giunge alla mente, non può distrarmi. Pure s'ingannano quelli che veggendomi così raccolto in me, credono che io mediti sempre cose gravi e importanti. La concentrazione diviene abitudine malaticcia, e spesso dietro a quel raccoglimento non c'è che un inutile fantasticare. Nella mia vita ho meditato più che letto. E a forza di lavoro il cervello ha presa la pessima abitudine di lavorare anche dove non è materia, lavoro a vuoto e malsano, e talora quello che appare meditazione, non è che castelli in aria continuati a lungo, e ci sto dentro e mi ci diverto. Sicchè, trattando anche argomenti gravi, che richiedono tutta l'attenzione, mi avviene che sul più bello mi si rompe il filo, e mi distraggo, e rifò qualche castello, e mi si mettono a traverso le impressioni della giornata, camminando sempre, e il moto più mi eccita, insino a che stanco mi seggo e chiudo gli occhi, e addormento quelle onde e torno in porto. Il pensiero mi dice che bisogna stare stretto all'argomento, tirar dritto, pure m'interrompo, e dico a me stesso: bravo! oppure: No, non va così: e armeggio e gestisco, e mi distraggo dietro a' miei castelli. Scrivere mi riesce difficile, perchè non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti e son costretto a cassare, quel foglio mi pare brutto, e lo straccio, e da capo. Parlare mi è più facile, perchè mi scrivo su d'un pezzetto di carta l'ordine delle idee, o come si dice, lo scheletro, e il resto lo abbandono al caso, salvo qualche punto che m'interessa e mi attira, e dove studio a trovare la forma più adatta. Però siccome non sono nato attore, anzi sono sincerissimo, quando giungo lì, ci giungo freddo, e come volessi acchiappare per aria qualche cosa che non ha a fare col resto, e tutti se ne accorgono, e la tanto studiata frase, non fa effetto.
Così mi avvenne anche in Lacedonia. Ordii nella mente la tela del discorso, e mi fu assai facile. Parlando a un pubblico mescolato di amici e di avversarî tenaci, che non si erano degnati di venire a farmi visita, pensai che dovevo mirare più a questi che a quelli, e mi promettevo di dire loro tante cose gentili. Io mostrerò loro quanto antichi e quanto saldi sono i legami di affetto, che mi stringono a Lacedonia. Mostrerò il vivo desiderio che ho di riacquistare la mia patria, se essi me ne porgono il modo. Trarrò da loro ogni sospetto che io venga qui ad appoggiare un partito ad essi contrario. Io voglio essere, conchiuderò, il deputato di tutti...
E perciò di nessuno!