Io lo guardai commosso. Egli voleva dirmi che un sol tratto d'amicizia basta a far dimenticare molti atti di villania. Mi dava così una lezione con infinito garbo.

Del resto, aggiunse, a Bisaccia avrete un'accoglienza meno lontana dalla vostra aspettazione.

E in verità, quando vidi venirmi incontro molti signori a cavallo, e mi dissero che lì erano tutti, amici e avversarii, e quando trovai in casa di don Pietro raccolto quanto in Bisaccia era di più eletto, senza distinzione di parte, pensai a Rocchetta, e tornai sereno.

Non ricordo più, cosa mi dissero, e cosa diss'io. Morivo di sonno, e domandai di lasciarmi dormire per un par d'ore.

Era la prima volta, dopo il mio viaggio, che dormii un sonno pieno e riparatore. E debbo questo beneficio a don Pietro, che aveva con tanta intelligenza curata la mia piaga. Quell'accoglienza lieta e schietta, che mi fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e atteso, m'ispirava una fiducia piena. Sentivo come fossi in mezzo alla mia famiglia.

Mi lasciarono dormire. Quando mi svegliai, era già sera. Avevo ricuperata la mia bonaria spensieratezza. Uscii nel salotto. Porsi la mano al Sindaco[44], a' signori Rago, amici noti e fidi, ai fratelli di don Pietro, bravi giovani[45], di cui uno passava per mio avversario, a parecchi altri. Vidi con piacere tutto il Clero. Allato mi sedeva l'arciprete[46], con cui mi scopersi parente, un uomo alla buona e gentilissimo. Mi dissero tante cose amabili, e nessuno parlò a me di elezioni, nè io loro. Tutti promisero di venirmi a sentire.

E Fabio Rollo? mi uscì a un tratto.

Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno de' capi più risoluti di parte contraria. E avevo inteso a dire che era un giovane distintissimo. Mi aveva fatta molta pena a vedere il suo nome tra quelli dei membri dell'ufficio centrale, che nel primo ballottaggio avevano proclamato eletto il mio competitore che era in grande minoranza, e le ragioni addotte mi parevano cavilli di avvocatuzzo, a' quali non vedevo come dovesse associarsi lui. Sola scusa era la passione. E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e così appassionato quell'uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io?

Ed ecco don Pietro presentarmi Fabio Rollo. Mi porse la mano con una sicurezza che mi piacque. Non era nella faccia niente di quel sorriso abituale e cerimonioso che hanno le facce sospette. Stava lì, semplice e naturale, come chi non ha niente a nascondere, niente a mostrare. Me lo dicevano un telegrafista[47]. Ma c'era lì dentro ben altra stoffa.