—Ora tutto è finito. Erano i contadini che volevano dividersi le terre del Formicoso. C'è una quistione grossa qui sotto. Quistioni così fatte vanno risolute subito. Se indugi, inveleniscono.
Ammirai il buon senso e il patriottismo di don Pietro, come avevo ammirato il vigore e la serietà di Fabio. La conversazione cominciò a languire, come avviene, quando tutti sono di accordo, e l'uno non vuol dir cosa che spiaccia all'altro. Io poi di natura sono poco comunicativo e poco atto a mantener viva una conversazione.
Il dì appresso, trovai tutto presto. Mi presi la solita mezz'oretta di raccoglimento, e diritto alla casa comunale.
Sala piena. C'era lì, mi dissero, tutta Bisaccia. Girai un poco. Vidi facce ridenti, benevole. Ricuperai il mio buon umore, e cominciai subito:
«Debbo innanzi tutto ringraziarvi di vedervi tutti qui. E' un atto di cortesia, che fa onore a questo paese, il quale d'ora innanzi chiamerò Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa, a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. Qui, in mezzo a voi, io mi sento come di casa, e vi parlo alla buona e in modo affatto famigliare. E vi dico subito l'impressione che in me fece la prima votazione, dove ebbi pure sessantasette voti di maggioranza. Permettetemi che io mi spieghi con un aneddoto. Nel 48, sorta la reazione, mi rifugii a Cosenza[49]. Allora avevo molto orgoglio, mi tenevo uomo superiore. Quando andavo in un omnibus, guardavo intorno e mi dicevo: eppure, io valgo più di tutti costoro. Vivevo solo, non cercavo relazione e mi dicevo: verrà un giorno che gli altri cercheranno la mia relazione. Mi paragonava ai primi, e non me ne sentivo molto lontano. Capito in Cosenza, e lì era primo un bravo canonico, che aveva fatto le sue lettere nel seminario e biascicava latino. Ed ecco disputarsi, quale de' due andava innanzi, se io o lui. E per misericordia mi accordavano alcuni punti di più. E io riflettei che l'uomo andando in piccoli centri impicciolisce, poniamo pure che vi sia tenuto il primo. Così è avvenuto ora: anche voi avevate il vostro canonico, e mi avete accordato alcuni punti di più. Io non domando a voi i voti, ma domando a tutti la loro stima e la loro amicizia. Venite qui, Fabio Rollo; venite qui e stringete la mia mano, mai mano più pura avrete stretta in vostra vita».
Fabio, che era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò, non ebbe il menomo imbarazzo. Venne diretto a me, e mi strinse la mano, e io sentii che acquistavo un amico, di quelli amici che non ti dimenticano mai.
La commozione era generale; gli applausi si prolungavano: cosa non avrei fatto io allora per i miei elettori? Promisi che sarei il loro deputato. L'esempio di Bisaccia, conchiusi, m'inspira fiducia che mi acquisterò col tempo l'amicizia anche di quelli che rimangono tra' miei avversarii.
La gioia era dipinta su tutti i volti. E anche sul mio. Mi sentivo soddisfatto, ricompensato abbastanza dal mio viaggio.
La scena finì con un pensiero gentile. Don Pietro inviò al deputato Mancini[50] questo telegramma: