[VII.]
Calitri la nebbiosa[53]
Napoli, 14 Marzo.
Il tempo si faceva cattivo. La nebbia si levava. Il cielo era fosco. Volammo più che andammo. E giungemmo che era ancor giorno.
Quella era la città nemica. Ivi erano i grandi elettori, i principali avversarii. Mutare la posizione, non era possibile. Lì non c'era equivoco, c'era partito preso. Ma, poichè ci si poteva andare in carrozza, la mia andata colà era un segno di rispetto a quel paese. E poi volevo salutare Giuseppe Tozzoli, mio collega, amico e compare, il deputato uscente, ritiratosi dalla lotta con una nobilissima lettera a me indirizzata. Affido a voi la mia bandiera, scriveva, e confido che non ve la lascerete cadere di mano. Ed io avevo obbligo d'onore di tenerla alta quella bandiera.
Avevo scritto al sindaco che andavo alla casa comunale. Ma il sindaco non si fece vivo. Sapevo bene che era uno dei più saldi avversarii[54]. Pure il brav'uomo dovea comprendere, che io non m'era diretto alla sua persona, ma al rappresentante del paese, al quale chiedevo ospitalità, e che era della più elementare cortesia farmi gli onori di casa. E non mi meravigliai che avesse dimenticato di restituirmi il biglietto di visita di capo d'anno, mandato non a lui, ma al sindaco. Forse doveva avere per me qualche antipatia. E confuse la sua antipatia col suo ufficio di sindaco.
Ma se non vidi il sindaco, vidi il Tozzoli, con faccia allegra come chi ti dà il benvenuto. Facevano ala, gentile pensiero del Tozzoli, i fanciulli delle scuole, e uno mi si avvicinò, e mi recitò una poesia, di cui m'è rimasto che invocavano me come angiolo tutelare del paese. Ringraziai, e pensai: se i padri qui rassomigliassero un po' più a' figli, la cosa sarebbe bella e fatta.
Vidi Calitri in un mal momento. La strada era una fangaia; ci si vedeva poco, e un freddo acuto mi metteva i brividi. A sinistra era una specie di torrione oscuro, che pareva mi volesse bombardare; a destra una fitta nebbia involveva tutto; l'aria era nevosa, e il cielo grigio tristamente monotono. Salii a una gentile piazzetta, e passando sotto gli sguardi curiosi di molte donne ferme lì sulle botteghe, volsi a mancina in una specie di grotta sudicia che voleva essere un porticato, e giunsi in casa Tozzoli. Mi stava in capo che Calitri doveva essere una grande città e molto ricca; i Berrillo, i Zampaglione, i Tozzoli[55] erano i nomi grossi della mia fanciullezza, e mi pareva che la città dovesse corrispondere alla grandezza di quei nomi. A quel ragguaglio la mi parve cosa meschina. Ciascuno fa il luogo dove si trova, a sua imagine. O come questi cittadini, che dicono così ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi giunge nuovo; le strade sono pel paese quello che il vestire è per l'uomo. A tavola, cercai con garbo investigare le condizioni morali del paese, ma ne cavai poco. Frizzi, sarcasmi, ironie s'incrociavano de' presenti contro gli assenti; c'era lì del guelfo e del ghibellino, lotta di famiglie lotta d'interessi, passioni vive e dense, col nuovo alimento che viene da' piccoli centri, dove non si pensa che a quello solo. Gittarmi entro a quell'incendio mi pareva pazzia. Parlai discreto e modesto e mi volsi al Tozzoli, e cercai altra materia, e cominciammo a politicare. Lui era giovine sinistra, cioè quella sinistra del 65, composta il più di ricchi proprietarii, e di notabili locali, che gittarono giù la così detta consorteria e vennero al Parlamento a protestare contro la cattiva amministrazione. Stranieri alle lotte politiche, uomini nuovi, come allora erano chiamati, conservatori per posizione e per educazione, espressione per lunga esperienza degl'interessi meridionali e locali, accettarono i nuovi ordini, e divenuti partecipi della vita italiana furono co' piemontesi della Permanente e con gli amici del Rattazzi la base di quella opposizione costituzionale, senza di cui non è possibile un governo regolare. Molti antichi e rispettati patrioti allora rimasero sul terreno, e se ne dolsero; e non pensarono che quella vittoria degli uomini nuovi, attirati nella vita italiana, se era in apparenza una reazione contro una soverchia e troppo affrettata unificazione che spostava tanti interessi, era nella realtà un gran progresso. E se alcuni biasimano me di avere alzata quella bandiera, io me ne tengo, anzi considero quello come il mio più meritevole atto politico. E l'importanza del fatto fu anche in questo, che quegli uomini nuovi, i quali in condizioni normali sarebbero andati naturalmente a cadere in mezzo alla destra, per la natura del movimento impresso agli spiriti poggiarono a sinistra, e divennero un motore non piccolo al compimento dell'unità nazionale. A quel tempo m'era a' fianchi il Tozzoli, giovine intelligente e operoso, e fu tra quelli che ebbe più chiaro il concetto di quel moto politico.
E ora si tratta di condurre quel moto alla sua naturale conclusione, disse lui.
Una opposizione correttamente costituzionale non l'abbiamo ancora. Il nome non basta, ci vuole la cosa.