Hai ragione, diss'io. Però un passo notevole si è fatto, quando in Parlamento si è parlato alto e chiaro ad amici e ad avversarii.
Lui sorrise, poi aggiunse: i nomi sono nomi, e i discorsi sono discorsi. Tutti dicono a un modo; bada a quello che fanno. Se per esempio alcuni facessero i rossi a Napoli e i moderati a Roma, saresti contento? se alcuni si chiamassero opposizione costituzionale, e usassero linguaggio contrario, estremamente scorretto, ne' loro giornali, saresti contento? Ora il pubblico si è svezzato, e non lo puoi più abbindolare co' nomi, e non ha fiducia quando i fatti non vi rispondono.
Molto di vero e di savio era in queste considerazioni. Poi mi fece le più calde istanze, perchè accettassi la deputazione di quel collegio. Non badare al numero dei voti, diceva; la forza delle cose è tale, che, ove accetti, nessuno poi ti farà più opposizione. Io rimasi pensoso. Ritiratomi, scrissi lettere a Teora, a Conza, a Sant'Andrea, dove, cosa incredibile, ma vera, non si potea andare in carrozza, sicchè tutto un mandamento era come sequestrato dal collegio. Feci le mie scuse, come le avevo fatte a' sindaci di Aquilonia e Monteverde[56], paesi che si trovano nella stessa condizione. E scrissi a tutti compendiosamente quello che ero andato qua e là discorrendo a voce. Mi allargai alquanto nella lettera a Romualdo Cassitto, vecchio e provato patriota, presidente dell'ufficio elettorale del mandamento di Teora.
La mattina mi levai tardi. Sentivo già la stanchezza di quella vita in moto continuo, con tante emozioni. Stetti raccolto la mia mezz'oretta. Poi uscii. Trovai nel salotto molta gente. Mi fu presentato Berrillo[57]. Il sindaco? diss'io, stendendogli la mano. No, il sindaco è prete, dissero. Guardai quel Berrillo, aria distinta e civilissima. E lo ringraziai della visita. La condotta del sindaco m'aveva così male impressionato, ch'ero divenuto sensitivo ad ogni menoma gentilezza[58]. Domandai dell'arciprete; ch'era come dire: perchè non viene a vedermi? Seppi ch'era malato, e mi rimprovero di non essere andato io da lui. Ma in quella confusione mi scappò. Preti, uno, o due. E pensai che non dovevo essere appo loro in odore di santità. Come mi avranno dipinto qui! Ma, mi sentiranno.
E mi avviavo già alla casa comunale, quando mi fu porta una lettera del sindaco. Diceva così:
«Se lei vuole venire nella casa comunale, padronissimo, ma la prevengo che non permetterò che vi si tengano riunioni elettorali politiche».
Lessi e rilessi, e tutti mi guardavano, come volessero cogliere nella espressione del mio viso il senso della lettera. Il sindaco l'ha fatta grossa, diceva il mio viso oscuro e contratto. E senza più, lessi ad alta voce quella lettera modello.
Non è che questo? disse uno. Venga, andremo in casa dell'assessore. E io m'avviai macchinalmente con gli altri.
Questa prontezza di risposta m'era indizio che gli amici avevano qualche vento di quella strana risoluzione, e avevano tutto apparecchiato in altra stanza. Vidi per via gente aggruppata, che mi guardavano, in atto rispettoso, ma freddo. Entrai, trovai il salotto già pieno, e nella stanza attigua affollati i fanciulli delle scuole, ingegnosa idea per far numero e palliarmi l'assenza degli avversarii. Ma la cattiva impressione l'avevo già ricevuta in Lacedonia, ed era già in parte scontata, sicchè mi parve cosa quasi regolare. Indovinavo quali passioni dovevano impedire quegli abitanti di trovarsi uniti nello stesso luogo. E cominciai subito.