«Io vengo qui con un cielo fosco, come sono i vostri animi. E non vengo già ad accattar voti, ad acquistarmi aderenti: siete voi che dovete conquistare me. Deputato di altro collegio[59] a cui mi lega lunga e salda comunanza di pensieri e di sentimenti, prometto di esser vostro, e la condizione è in vostra mano: unitevi tutti, rimanga il mio nome alto sulle vostre divisioni locali. Io ve lo scrissi già; l'equivoco non era possibile qui. Io scrissi: se tutta intera la mia vita spesa a illustrare la patria non vale a dare al mio nome tale autorità, che stia fuori delle vostre passioni locali, a che giova il mio nome? Gittatelo nell'Ofanto, e dimenticatemi per sempre». Questo era il significato della mia elezione, così solo potevo essere utile, questo sentì quel giovinetto, che m'invocava ne' suoi versi, e diceva: siate per noi l'angiolo della Pace. E non voglia Dio che un dì si abbia a dire che qui i fanciulli mi compresero meglio de' padri loro co' capelli bianchi. Del resto, questo è il progresso; i giovani saranno migliori de' padri; anche per Calitri verrà il progresso. Guardate lì il sole, che si eleva e caccia e abbassa le nebbie; io saluto il sole di Calitri, che dissiperà le vostre nebbie, e saluto questi giovinetti, la nuova Calitri, sede di civiltà e di gentilezza.
Non mancarono gli applausi, e ciò che mi piacque più colsi una commozione, che in alcuni giunse fino alla lacrima. In verità, io non spargeva su quel paese rose e fiori. Le punture erano delicatissime, ma erano punture. E quello averle sentite era già un avviamento alla nuova Calitri.
La sera dovevo essere in Andretta. E vuol dire che dovevo rifare la via e poi farne quasi altrettanto. Mi si facea fretta, e anche io avevo fretta. Sicchè poco poi ci rimettemmo in cammino.
Con molto seguito di amici attraversai il paese, guardato questa volta dal popolo con maggiore espansione. Notai nell'aria e nei modi una serietà che mi fece buona impressione. Alcuni popolani stavano lì ritti sulla piazza con una gravità di senatori romani. Dev'essere un popolo tenace e lavoratore, a testa alta, e ne augurai bene.
Mi dissero che i carabinieri, volendo fare gli onori al deputato, si offrivano ad accompagnarmi. Del pensiero gentile mi compiacqui e dissi: «deputato, tengo ad onore l'accompagnamento de' reali carabinieri; ma qui sono candidato, e non voglio nulla di mezzo tra me e i miei elettori. Vogliate loro esprimere i miei ringraziamenti». E feci in mente un curioso paragone tra quel sindaco che non rispettò in me nè la mia persona, nè il mio grado, e non mi tenne degno di alcuno onore, e quei carabinieri così civili, che ebbero un pensiero tanto delicato.
Scesi sulla strada, dove ci attendevano le carrozze, mi volsi a guardare la nemica città, e rividi quel torrione fatto oscuro da' secoli, che mi guardava minaccioso, quasi volesse dirmi: qui sarai sconfitto. Ed ecco un corriere tutto anelante, che ci annuncia l'arrivo di parecchi elettori di Sant'Andrea, i quali, avuta la mia lettera, venivano a farmi visita. Giunsero poco poi, affannati e ridenti. Vidi facce espansive e sincere. Quella brava gente si sentiva felice di esser giunta a tempo, venuta di così lontano, e di vedermi e di stringer la mia mano. E mi riferirono che Sant'Andrea era tutta per me, e quasi tutta la storica Conza, com'io l'avevo chiamata, e in gran parte anche Teora[60]. E io ebbi un momento di superbia, e mi rivolsi a quel torrione minaccioso, e dissi: Calitri mi vuol bombardare, e sarà bombardata, e la nostra vittoria sarà vittoria sua, sarà la prima pagina della nuova Calitri.
Poi risi io stesso di quella bravata; e fattomisi cerchio intorno, mentre io prometteva una visita quandochessia al mandamento di Teora, ecco venire a corsa un altro, e portarmi... i biglietti di visita dei signori Zampaglione, i ricchissimi di quel paese. E dire poi che Calitri non fu gentile!
Anche per Calitri verrà il progresso. E forse un giorno qualche fortunato mortale scriverà un nuovo capitolo, intitolato: il Sole di Calitri.