[VIII.]
Andretta la cavillosa[61]
Roma, 22 marzo
Così ho inteso qualificare questo paese da alcuni, a cagione delle proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un sottile spirito avvocatesco. E niente è più contrario alla mia natura schietta; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l'errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de' popoli e degl'individui. Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d'ingegno, anzi lo spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all'ingegno, è un falso ingegno, sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso s'impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso, e il difetto di uno apparisce difetto di molti. L'epiteto dunque che ho inteso da alcuni dare ad Andretta, è una figura rettorica, un soverchio generalizzare, e va riferito più propriamente a qualcuno troppo ingegnoso di quel paese: rendiamo giustizia al merito.
Andretta è il capoluogo del mandamento di cui fa parte la mia terra nativa, ed è forse il primo nome di paese che imparai nella mia fanciullezza. Affacciato al balcone di casa mia dicevano: guarda quel paese lì dirimpetto sul monte, si chiama Andretta.
Era da quarant'anni che non l'avevo più vista, e ora ci stavo già in fantasia, presago delle liete accoglienze, e col core pieno, impaziente di riversarsi. Lì poi, dicevo, sono come in casa mia, e non vi troverò più avversarii.
Rifatta la strada di Calitri, giunsi ad una svoltata, che mena ad Andretta. Ci fermammo alcuni minuti. Il bravo Ciminale, che mi aveva fatto con lauta gentilezza gli onori di Casa Ripandelli, si congedò. Don Pietro, che aveva voluto accompagnarmi a Calitri, ripigliò la via di Bisaccia, dispiacente che non s'era dato avviso del mio arrivo agli amici di Bisaccia, i quali avrebbero voluto risalutarmi. Strinsi la mano a quel giovine egregio, che non dimenticherò più, fiore di cortesia.
E via per Andretta. Avanti, avanti. Non si parlava, si correva col pensiero insieme co' cavalli.
Era ancora giorno, quando sentimmo venire a noi una cavalcata tutta festosa, con l'aria di chi dicesse; finalmente! Era innanzi il Sindaco[62], che scese subito e mi salutò in nome del paese. Giovine bruno, bassotto, con gli occhi di un fuoco concentrato, tutto gesti e attacchi, e con un piglio di me ne rido.
Più avanti incontrammo in carrozza Giambattista Mauro, cima di galantuomo, compagno di casa e di studio della prima giovinezza. Entrammo in Andretta tra gli spari ed i viva, e il core mi batteva, come se rivedessi mio padre dopo lunga assenza. Avrei voluto con una sola abbracciata stringere al mio cuore tutti.
Camminando per vie strette ed accalcate, mi volsi indietro a un gran vocìo. Era un diverbio tra il sindaco e un altro[63], e si regalavano parole poco belle, e la gente faceva ressa intorno, contenuta appena da due carabinieri, che sembravano fra quelli i meglio educati. Rifeci i passi. M'informarono che alcuni volevano gli spari e i viva; e alcuni non li volevano. «E questi hanno ragione, dissi, gli spari sono roba da medio evo, smettete. Non è così che si onora de Sanctis». I carabinieri mi sorridevano, vedendo in me l'amico dell'ordine e della legge. E quell'altro, tutto glorioso che gli avevo dato ragione, mi si pose ai fianchi, e come da un luogo inviolabile, ne diceva delle belle al sindaco, che stava un po' innanzi. Costui, poco paziente per natura, frenato appena dalla mia presenza, sotto la percossa di quel linguaggio, ora levava le spalle, disprezzando, ora faceva il sordo, ora si volgeva improvviso con certe contrazioni nella faccia, e guardava me. Cercai di rabbonirli. «In questo paese, dissi, si è troppo lesti alle parole, e parola poco misurata genera fatti simili». Ma io sono l'Autorità, ribatteva il sindaco, sono l'Autorità, si dee in me rispettare l'Autorità. Che? che? diceva l'altro, guardate che bella Autorità! e lo indicava col braccio teso, e quel braccio teso diceva come una carta di villanie. Il sindaco, posto tra il suo rispetto verso di me, e la sua natura più provocatrice che tollerante, non resse alla pena, e sbuffando andò via. Scrisse poi al sottoprefetto: tumulti in Andretta: mandate carabinieri. Così quel tafferuglio fu alzato a dignità di tumulto.