Intanto quell'altro mi stava attaccato a' fianchi, e mi disse: Stasera dovete venire in casa mia—E chi siete voi?—Sono Alvino—Questo nome non mi giunge nuovo. Ricordo Domenicantonio Alvino—Appunto. E io sono di quella famiglia.

Lo guardai. Mai più non avrei ravvisato un Alvino in quelle spoglie. Aveva la camicia poco amica del bucato, di tela ordinaria, con lo sparato aperto, anzi spalancato, e i capelli scarmigliati, e la barba incolta, e viso e mani di una nettezza dubbia. Non potevi dirlo un contadino, perchè aveva quella certa aria di distinzione, che dà la coltura, e a vederlo così non potevi dirlo un gentiluomo. Poteva essere un eccentrico, come Diogene. Aveva poi certi occhi equivoci che volevano essere carezzevoli.

In casa mia è stato il vostro nipotino parecchio tempo, mi diceva con quel tono impaziente di voce, che voleva significare come non lo sapete?

—Ma io vado in casa Mauro. Sapete pure che con Giambattista ci siamo cresciuti insieme.

Ma io non vi dico di no. Dico solo, che veniate ora a casa mia, dove vi attendono parecchi elettori. E se volete condurre con voi Mauro, padrone, abbiamo bisogno di domandarvi tante cose.

—E appunto per questo vengo io. Domani parlerò a tutti gli elettori. Venite nella casa comunale.

—Per far piacere al sindaco?

—Cosa ci entra qui il sindaco? La casa comunale è casa di tutti.

—Bene. Venite ora a casa.