E non fu possibile tirarlo di là. Il senso delle mie parole era: ma vi par discrezione codesta, dopo una giornata così faticosa, quando ho bisogno di riposo, e non di venire a battagliare con voi? E non glielo potei far comprendere.
—Dunque venite.
—Dunque verrò.
Mi piaceva che i miei avversarii di Andretta non si tenevano celati, anzi desideravano di vedermi e di udirmi. E ne trassi un buon augurio, con la facilità solita di fabbricare il mondo come lo vogliamo.
Pensai dunque, così stanco come ero, di soddisfarli. E preso con me il sindaco di Morra che li conosceva tutti, vi andai.
Entrai in un salotto abbastanza decente, dove potevano star raccolti una settantina di elettori: così giudicai a occhio. Stavano seduti, in aria grave di giudici. Caspita, pensai, costoro pigliano sul serio la loro sovranità. Alvino mi accompagnò a un tavolino là in fondo, con tappeto verde, e m'invitò a sedere. Io ero stupefatto. Venivo di così lontano, dopo tanto tempo, tra' miei concittadini, e immaginavo strette di mano e abbracciamenti e volti ilari. Quella, pareva a me, doveva essere una festa di famiglia. Vengo io a visitar voi, avevo detto entrando, e nessuno rispose, nessuno capì nè la gentilezza, nè il rimprovero ch'era in quella frase. Stavo lì, solo, col capo tra due candele, che illuminavano me, come si fa innanzi ad una immagine. Ma io poco vedeva loro, e quella luce equivoca, quella metà della sala quasi buja, quella selva di teste appena illuminate e sparenti a poco a poco nelle tenebre, quella immobilità, quel silenzio, mi rendeva somiglianza a qualcuno di quei misteri, che si rappresentavano al medio evo. Fosse qui una setta? o mi trovassi tra Massoni? Ricordai carbonari e calderai, di cui ci parlavano a voce bassa i padri nostri. Stavo per aprir bocca quando alla mia sinistra un giovane[64] seduto pure lui solo dietro un tavolo, a cui non mancavano il bel tappetino verde e le due candele, si levò e con aria solenne incominciò a dire. E mi disse le più insolenti impertinenze, con un fare naturale, con una voce placida, come mi offrisse zucchero. Un tratto, mi levai e diedi un pugno sul tavolo. Ma l'amico non mosse collo, e tirava diritto placidamente, come la cosa non riguardasse lui. Talora non si rammentava, talora ripigliava la frase, non ben sicuro di sè, e tutto dentro in quello che s'era apparecchiato a dire, era più facile tagliargli la lingua, che farlo dire altrimenti. In ultimo, vuotato il sacco, con un tono di voce mellifluo si scusava, e sperava ch'io non mi tenessi offeso.
Avevo riconosciuto l'oratore[65]. Era un bravissimo giovane, che m'aveva, lui per il primo, offerta la candidatura. E ora lui medesimo era lì a sciorinarmi tutta quella filatessa di ragioni, che adducevano gli avversarii a scusa e a pretesto. Sul principio mi si oscurò il volto; poi visto l'inesperienza e la placidezza dell'oratore come di chi ha poca coscienza della gravità di quelle accuse, ridevo dentro di me, soprattutto veggendo sbuffare il sindaco di Morra, pallido di collera.
Risposi e non fui mai così veemente, così persuasivo. Tenevo a vincere quella resistenza, ad avere intorno a me concorde almeno il mio mandamento. Sentivo l'uditorio diviso; secondo che io andava dissipando tutti gli equivoci ammassati sul mio cammino, molti se ne compiacevano, altri restavano accigliati, ed erano i sopracciò, i più autorevoli. Costoro, veggendosi scappar di mano il gregge, lo contenevano con gli sguardi, co' cenni, specialmente quando alcuni si arrischiavano a dirmi un: Bene! Se volevano provarmi che lo spirito di parte elevato a spirito settario rende la mente ottusa ad ogni evidenza e ad ogni eloquenza, ci riuscirono.