Rividi amici, compari, parenti, famiglia, ad ogni passo nuove strette di mano. Oimè! mancava uno, a cui avrei dovuto baciare la mano. E in quella gioia non ci pensai.
Fui alla casa paterna, entrai nella stanza dov'ero nato, assegnatami con gentile pensiero da quel mio cugino, piccolo di statura, non d'ingegno e di coltura. Avrei voluto abbracciare, baciare que' di casa, dire tante cose, ma la folla si faceva più fitta e le acclamazioni più vive. Mi convenne uscire, e piantato sui gradini di casa, dissi: «amici miei, grazie. Voi mi decretate il trionfo prima della vittoria. Pensiamo a vincere, e domani non un solo morrese manchi all'appello.» Levarono le mani, promisero e mantennero la promessa.
«Ora andate che è tardi. Domani vi converrà levarvi per tempo, che la via è lunga». Piovigginava già. Il tempo mantenutosi tra sereno e fosco, sempre asciutto in quei lunghissimi sei giorni, sembrava volesse perder la pazienza e farne una delle sue proprio nel dì del combattimento.
Rimasti soli, abbracciai la nipotina e zia Teresa[69] e la cugina, e riabbracciai Aniello. Visto la sorella[70] «e a te, dissi, un bacio a te, martire di casa mia». Quella povera donna, morta la madre, non s'era voluta maritare, ed era madre a tutti noi. Piangeva, e quel pianto era il racconto della sua gioia e delle sue pene, piangeva ridendo. Mi parve ben mutata dal dì che la vidi. Aveva sulla faccia la fresca morte di nostro padre.
Non potei chiuder occhio. Quella stanza era piena di memorie. Il letto era proprio a quel posto, dove era già il letto di padre e madre. E lì, in fondo, presso la finestra, era il mio letticciuolo, fanciullo appena di sei anni. Mi ricordo. Avevo sogni spaventosi, piangevo e strillavo forte, e la madre[71] era là, che mi vegliava o mi asciugava gli occhi. E ora non c'è più. Mi lasciò ch'ero ancora giovane. E anche mio padre[72] m'ha lasciato.
[X.]
Morra Irpino
Napoli, 28 marzo.