—E quel Cantarella, come ha ragionato bene! E tutti con l'orecchio teso. Non si sentiva un zitto.

—Abbiamo riportato una bella vittoria. Il doppio dei voti. Viva Teora!

Tra questi viva mi addormentai e li avevo ancora nell'orecchio.

Il dì appresso, avutasi notizia della vittoria con novantasette voti in maggioranza, fu festa in tutto il collegio.

Si sparò in Andretta e Cairano, si sparò in Lacedonia e Teora, si sparò a Monteverde, e vi rispondevano gli spari de' pochi amici di Aquilonia. Dove la lotta era stata più viva, la gioia era più impetuosa.

Festa in tutto il collegio, fuori che in Morra. Lutto era nell'anima mia, e lutto era in Morra.

Nel primo ballottaggio avevo avuto in più settantasette voti. Ora erano novantasette. La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque—venti voti! Metti che il mio avversario aveva avuti più voti che l'altra volta nel mio mandamento[84]. Io dunque mi sentivo umiliato sino in quel mandamento, dove mi promettevo l'unanimità. Aggiungi le proteste d'Andretta, e non ne potei più, traboccò la mia indignazione, e maledissi l'ora e il momento che mi trovai in questo ballo.

Che gente è questa, dicevo, che non intende cortesie e non convenienza e non sincerità, e spinge la lotta a un punto, dove tutto ciò che in noi è umano deve arrossire? Non voglio saperne di questa gente.

Dunque, per il peccatore deve soffrire il giusto? mi dicevano attorno.