E vedevo giungere nuovi amici di Andretta, di Cairano, di Teora, di Sant'Andrea, di Conza, mai Morra non fu così popolato. E tutti avevano sul viso quel punto interrogativo: Dunque, per il peccatore dee soffrire il giusto?
La mia indignazione ebbe i suoi periodi, come una febbre. Giunse alla massima intensità la sera, che la casa era piena di gente. Uscii di stanza, salutai in silenzio, nessuno parlava, gli era come in un mortorio. Finalmente, prese la parola uno di quei signori di Avellino, iti a Teora, e fece un vivo racconto della lotta ivi sostenuta, e della gioia che vi scoppiò in ultimo. Di tutto parlò, fuorchè di sè e dei suoi amici, a cui bastò l'animo, giunti in Morra il sabato, e non ci trovando alcun conoscente, venutimi tutti incontro, di fare a piedi il cammino sino a Teora per sei lunghe miglia e per vie impossibili.
Pure ero così cieco di collera, che tutto questo non mi commosse, anzi accresceva il mio dispetto, e più parlavano e più montavo. Cosa dissi e di che dissi, non ricordo più. L'orgoglio offeso delirava in me, i nervi tremavano, gli occhi scintillavano, avevo la voce dell'esaltato, l'accento appassionato ed eloquente di quella febbre interiore. Mentre, sentendomi calpesto, ponevo me sul piedistallo, ero ben piccolo.
La serata passò tristamente.
[XII.]
La mia città[85]
Roma, 19 aprile.
E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo, pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e mettiamo guai, come fanciulli.
Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso. Quel cedere al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione, stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.