E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando: professore, se non vi affacciate non se ne vanno—E voi chi siete?—Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi chiamano?—Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la musica. Balzai da letto, mi avvolsi nel plaid e mi affacciai con un berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi, scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo con le mani e con la voce, non vedevano, non sentivano, gridavano più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole. L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo. Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano, e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate silenzio.—Sì, sì—E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi: «Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi appresso la musica qua e là e facendo baldoria.
Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere, parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico, il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia, concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè questo rispondeva effettivamente allo stato del mio animo. Andai colà, accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de' nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto, che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.» Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e m'inchinai a Monsignore[90] seduto maestosamente in un canto, sì da fare stacco. E dissi:
«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi avete accolto con la musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo' predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.
«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti, smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.
«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.
«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera, ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio, e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo. Dentro di loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.
«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie, spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi. Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.
«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»
Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.
«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».