Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del paese natale.
Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi: «Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro, dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria. E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi due nomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una gran parte di noi, non degna di morire».
La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco. Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari, conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino, e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in volgarità paesane.
[XIII.]
Il re Michele[91]
Roma, 24 aprile.
L'ultimo scopo del mio viaggio era Avellino, la capitale. E secondo il mio costume, m'indirizzai al sindaco[92], uomo rispettabile e mio vecchio amico, e quantunque lo sapessi aperto fautore del mio concorrente, domandai a lui ospitalità, e lo pregai a voler destinare la sala comunale, o quale altra gli paresse più acconcia, perchè volevo fare un discorso. Compiuto dunque le visite ufficiali, e andato alla Casina per salutarvi tutti gli amici tornai a casa col proposito di partire il dì appresso per Avellino. Ma trovai a casa alcuni signori avellinesi, venuti apposta a sconfortarmi da questo disegno. Parlavano parole tronche, quanto a loro, anzi... ma... Che ma? diss'io.—C'è certa gente che... insomma non tutti ci hanno avuto gusto; e il basso popolo è con loro, e soffiato vi potrebbe fare un... un... Avanti, diss'io—Uno sgarbo. Questa parola era buttata giù per non dirne un'altra più dura, che non voleva uscire.—Volete dire una fischiata, diss'io guardandoli negli occhi; ma in questo fischierebbero sè stessi.—A ogni modo...
E quell'a ogni modo voleva dire che anche fischiando sè stessi, non sarebbe stato bello. Sopraggiunse un telegramma del sindaco, che prometteva di scrivermi, e intanto si scusava di non potermi fare la debita accoglienza, adducendo la malattia del padre e lo stato gravissimo di un suo congiunto. Fossero malattie diplomatiche? pensai io, e il sindaco di Avellino vuol fare a me con astuzia quello che mi fece il sindaco di Calitri, ma almeno con franchezza? Ma fu indegno pensiero che cacciai via subito, sapendo con quale gentiluomo avevo a fare. Poichè è così, dissi, non verrò in Avellino; ma attendo innanzi la lettera del sindaco. Quei gentili signori si accomiatarono e ripartirono. Rimasto solo e ripensando tutto quello ch'era avvenuto, vidi subito che la mia riuscita era colà temuta come la vittoria d'un partito, e che andando io le ovazioni degli uni avrebbero provocato le villanie degli altri. Gli animi erano ancora troppo accesi, e l'uomo è fatto così. Il mio nome coinvolto in quelle gare non poteva mantenere quel significato che pur volevo dargli. Pure, me ne andrò io come un fuggitivo? Rifarò la via, ripasserò per il collegio, quasi andassi in cerca di ovazioni? Piglierò una terza via, la via di Benevento, guardando a dritta e a manca, che non mi conoscessero? Mi pareva una umiliazione. Fra questi pensieri giunse la lettera del sindaco, e il linguaggio era così franco, così affettuoso che ne fui preso; e cacciai tutte le codarde ombre. Non mi sono mai pentito, quando ho sentito la voce del cuore, e il mio cuore mi diceva: Vai, Avellino non merita così poca fiducia da te. Risolsi dunque di andare in Avellino, di andarci subito, quando nessuno mi aspettava, e di andarci come ho fatto sempre, così alla semplice e alla buona. Mi ricordai che, nominato governatore di Avellino, e sollecitato a far nota l'ora del mio arrivo, per farmi i così detti onori, capitai improvviso di notte, e fui in prefettura che nessuno mi conosceva. «E lei chi è?—Sono De Sanctis.—E chi è De Sanctis?—È il governatore—Ah!» E a questo nome formidabile il povero usciere si levò il cappello, con tante scuse. Così feci pure, vi capitai consigliere provinciale. Perchè ora farei altrimenti? Avellino è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia e non ci vogliono cerimonie. Tenevo a essere colà De Sanctis, un buon comprovinciale, fuori de' partiti locali; era stato così, volevo rimanere così. E come tutti mi chiamavano il professore, prendevo stanza nel Liceo, come volessi dire: Signori, professore è il mio titolo di nobiltà.