Presa questa risoluzione, inviai al sindaco un telegramma, dove fatte le debite condoglianze, dicevo: «Non desidero ricevimenti. Conoscete mia semplicità e modestia. Voglio stima, affetto di tutti gli avellinesi. Vado nel Liceo. Sono stanco. Non fo discorsi. Parto immediatamente».
La mattina il tempo era a neve. Pioggia fitta e minuta che ti cercava le ossa. Strinsi la mano al sindaco che mi aveva concessa una così generosa ospitalità e a tutti quelli che mi facevano cerchio, e montato in carrozza, mandai un bacio a Sant'Angiolo, alla mia città. Mi accompagnavano il simpatico Marino[93] e Romualdo Casitto di Teora, un vecchio patriota. Rifeci la via dello studente, ricordandomi quante volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il capo pieno di grammatica e di rettorica. Nella pianura di Torella si levò un bel sole, ci si scoperse il cielo, ci mettemmo in allegria. Arrivai ch'era ancora chiaro, incontrai una camerata di collegiali, ch'era alla passeggiata e tirai dritto al Liceo, dove mi venne incontro quel buon vecchietto del Preside, modesto quanto dotto, legato con me da antica amicizia.
Nessuno sapeva del mio arrivo, altri che il Sindaco e il Preside. Anzi sapevano che non sarei venuto. C'era tornata della deputazione provinciale, e il Prefetto era colà, quando gli fu annunziato il mio arrivo. Trovai nel liceo un gran moto. Il poeta estemporaneo Brunetti vi doveva dare un'accademia proprio in quella sera, e in casa del Preside c'era un va e vieni di professori, di scolari e di altri invitati. Tutta quella gente parea venisse per me, e invece veniva per il poeta. Venne anche il poeta, già un po' vecchio, il poverino! co' capelli grigi ricciuti che decoravano quella testa pensosa, dov'erano piantati un par d'occhio grandi e senza sguardo, come di chi guarda le rime e non le persone. Sopraggiunse la direttrice della scuola magistrale a cui facevano cerchio alcune giovanette, le quali per la loro buona condotta avevano meritato l'alto onore di farle compagnia e di assistere all'accademia. E i miei occhi s'incontrarono con certi occhi vivi e furbi, che si sforzavano di esser modesti, appena contenuti sotto l'ombra delle folte sopracciglia. Era la mia nipotina, che porta il nome di mia madre. Oh! Ah! Mai più non avrei pensato d'incontrarla colà. Mi venne un impeto di stringermela al petto. Povera fanciulla! quale sarà il tuo destino! Ma le fanciulle hanno altro a fare che pensare al destino. Quel pensiero genera le rughe sul viso, e la gioventù aborre dalle rughe.
Finita l'accademia, piovvero tutti nel salottino del preside e ci fu forza stare tutti in piedi. Sopravvennero molti amici tirati dalla notizia del mio arrivo.
La folla si diradò per dar luogo, e io così in piedi dissi: «Amici miei, volevo fare anche qui un discorso pubblico, ma il modo come sono venuto è abbastanza eloquente, e tien luogo di ogni discorso e dice tutto. Voi mi avete sostenuto nella lotta elettorale, con una abnegazione e una costanza pari al vostro disinteresse, sapendo bene che l'uomo che volevate deputato non è più vostro che d'altri. Nella mia provincia io non veggo partiti; veggo amici e concittadini in tutte le file, e se vi è caro il mio nome, datemi il modo che io possa unire tutte le forze pel pubblico bene. Abbiamo una provincia derelitta, e se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo. I mali di Avellino sono grandi, e i bisogni della provincia grandissimi. Appena un'opera concorde e assidua può inspirare coraggio negli animi, e scuotere quella inerzia ch'è figlia della sfiducia. Che guadagno s'ha da queste lotte, altro che la vergogna aggiunta al danno? E quando la lotta prende aspetto selvatico, e rompe i legami della famiglia e dell'amicizia e sino del rispetto alle donne, una città simile diviene scandalo d'Italia. Sono severo, ma i miei capelli bianchi e l'affetto mio alla provincia mi danno questo diritto. Alziamo dunque la bandiera della concordia, e volgiamo la nostra attività a' progressi agricoli e industriali. L'ozio è il padre di tutte le piccolezze e di tutt'i pettegolezzi che si chiamano lotte, un rimedio ignobile contro la noia, al quale ricorrono gli uomini nati al lavoro e disoccupati. Diamo alla nostra attività uno scopo nobile e benefico, operiamo tutti come buoni amici e buoni comprovinciali, e saremo rispettati più e la provincia ci benedirà».
Quei bravi signori mi ascoltarono con simpatia, e tutti promisero il loro concorso a quest'opera di conciliazione. La quale promessa accettai con beneficio d'inventario, conoscendo bene la natura umana, e non lusingandomi che mali accumulati e aggravati dal tempo potessero essere guariti subito con la buona volontà.
Feci alcune visite. Vidi don Carlantonio Solimene, padre del sindaco, e quella visita mi fece bene. Vedevo in lui l'immagine di una generazione quasi scomparsa, viva ancora nella mia memoria. Giovinetto avevo un culto per certi grandi nomi, De Conciliis, il senatore Capone, e i Lanzilli, e i Vegliante, e i Solimene, e altri, e giudicavo la provincia da quelli, e mi sentivo orgoglio a dire: sono anch'io di quella provincia. La storia copre di un manto pietoso tutte le piccolezze, degne di morire prima che nascano, e non lascia vivo se non ciò che è grande. Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De Conciliis[94].
Fatte le visite, ancora irrequieto ed un po' eccitato, mi raccolsi con un amico intimo, e stemmo un pezzo solo con solo.
Costui dotato di un senso retto, in gioventù era ardente al biasimo, veggendo le cose storte, e ci pigliava una passione che gli consumava la carne. Ora a forza di vederne tante ci ha fatto l'abito, ed è venuto su tondo e rubicondo, fatto scettico e anche un po' cinico, e smessa la parte di attore, fa il comodo mestiere dello spettatore, e se la ride, e carica e motteggia, come se, fosse un fanciullo. A sentire il mio nome, mi corse incontro, maravigliato che in mezzo a tanti accidenti pensassi a lui.
S'intende, diss'io. Noi due siamo i più spassionati in questa gazzarra. E come io mi ci intendo poco vengo all'oracolo.