Scriveva al Sindaco:

«Vengo costà, diretto alla casa comunale, la casa di tutti, e voglio parlare a tutti gli elettori, senza distinzione. Ne dia avviso specialmente all'arciprete Piccolo[14], mia vecchia conoscenza».

Alcuni non credettero vera la lettera. Nelle lotte elettorali tra gli altri bei costumi ci è falsar telegrammi e lettere. È proprio sua questa lettera? E mentre disputavano fu annunziata la mia carrozza. Allora si posero a cavallo tutti, e mi vennero incontro.

Alla voltata mi fu mostrato quello spettacolo. Gridavano: Viva! Mi salutavano con le mani, impazienti di stringer la mia. E la faccia mi raggiò, come se l'anima fosse scesa lì.

Fra molta folla giunsi alla casa comunale, e mi feci presentare gli elettori ad uno ad uno. Strinsi la mano a parecchi, e tra gli altri Ippolito[15] e Piccoli[16], che passavano per miei avversarii.

Poi dissi così:

«Saluto con viva commozione Rocchetta, la porta del mio collegio nativo. Il luogo dove son nato è Morra Irpino; ma la mia patria politica si stende da Rocchetta insino ad Aquilonia. Io vengo a rivendicare la patria mia. Dopo un oblìo di quattordici anni, voi miei concittadini, travagliati da lungo ed ostinato lavoro di parecchi candidati, avete all'ultima ora improvvisata la mia candidatura, ed avete intorno al mio nome inalberata la bandiera della moralità. Siate benedetti! E possa questa bandiera esser principio di vita nuova! Voi mi avete data una maggioranza notevole. Eppure quell'elezione gittò il lutto nell'anima mia. Io vi avevo telegrafato: Bravi gli elettori che intorno candidatura improvvisata inalberarono bandiera moralità! Auguro a quella bandiera strepitosa vittoria domenica». La domenica venne, la vittoria ci fu, e mi parve una sconfitta. Non mi sapevo dar ragione di tanto accanimento nella lotta, e del gran numero di voti contrarii, e di certe proteste vergognose, che gittavano il disonore su questo sfortunato collegio. E in verità vi dico, che se quell'elezione fosse stata convalidata, con core sanguinante, ma deciso, vi avrei abbandonato. Ma benedissi quelle proteste che indussero Giunta e Camera a decretare la rinnovazione del ballottaggio. Era in questione l'onor mio, l'onore dei miei elettori. Ed io dissi: fin'ora sono stato in Napoli spettatore quasi indifferente di quella lotta. Non debbo io fare qualche cosa per questi elettori? Non mi conoscono, sono involti in una rete di menzogne e di equivoci. Io ho pure il debito d'illuminarli, di dire la verità, di togliere ogni scusa agli uomini di mala fede. Ed eccomi qui in mezzo a voi, miei cari concittadini. Ed ecco la verità. Il Collegio è diviso in due partiti che lottano accanitamente, comuni contro comuni, cittadini contro cittadini ed io non sono qui che il prestanome delle vostre collere e delle vostre divisioni. È così che volete rendere la patria a Francesco De Sanctis? No, io non potrei essere mai deputato di un partito per schiacciare un altro partito; non posso essere lo scudo degli uni e il flagello degli altri; io voglio essere il deputato di tutti, voglio lasciare nella mia patria una memoria benedetta da tutti. Mi volete davvero? Volete che io passi gli ultimi miei anni in mezzo a voi? Stringete le destre, sia il mio nome simbolo della vostra unione[17]. Ed io sarò vostro per tutta la vita».

La commozione fu grande. Vidi alcuni piangere; altri, avversarii ieri, amici oggi, stringersi le mani. Tutti applaudivano.

Ed io soggiunsi: