«Signor Sindaco, ho pranzato a Candela, voi ci farete una cenetta, e voglio fare io il padrone di casa, voglio invitare i signori Ippolito e Piccoli. Mangeremo lo stesso pane, berremo lo stesso vino, faremo un brindisi a Rocchetta unita e prospera».

Benissimo! benissimo! Tutti batterono le mani. Rocchetta non dimenticherà più quel giorno.

Prese allora la parola l'arciprete Piccoli. Giovine e asciutto di viso, occhi vivi, avea nella fisonomia una cert'aria di finezza che non ti affida interamente. Rotto agli affari, uso a destreggiarsi mescolato in lotte locali, rimpiccolito in quel paesello, mi parve che in teatro più vasto sarebbe riuscito un buon diplomatico. Mi disse molte gentilezze, con certi giri di frasi, che volevano dire: vedi, anch'io ho fatto i miei studii.

Parlò poi Ippolito. Faccia austera, aria risoluta, parola semplice e diretta. Disse che, dissipato ogni equivoco, Rocchetta sarebbe stata unanime e desiderava che questo giorno fosse stato il preludio di unione sincera e durevole. Erano sentimenti di buon cittadino. Gli strinsi la mano con effusione.

Notai un prete, molto attento al mio dire, ma sentii che non avevo fatto presa su di lui. Era in quel viso non so che oscuro e compresso. Più tardi troverò io la via di quel cuore.

Dopo cena, mi coricai subito. Sentivo sonno. Ma che sonno e sonno! Mi passavano innanzi le ombre della giornata. Vedevo che l'arciprete Piccoli a cavallo correre, correre con quel suo cappello a tre pizzi, che mi parea sventolassero. Ferma, ferma. E tutta la cavalcata dietro. Come galoppava bene quel prete! Il povero Alfonso[18], ch'è il letterato del luogo, tirava forte le redini e faceva sì e no sul cavallo che poco lo capiva. Un altro prete mi stava accanto, rubizzo e mezzo scolaresco, con aria sicura, su di un cavallo che andava passo passo in grave atteggiamento come uno di quei cavalli educati da Guillaume. Rocchetta si avvicinava, e quel gruppo di case in quel chiaroscuro mi parevano uomini che m'attendessero e gridassero: Viva! Le immagini si confusero: ero stanco e sentivo freddo. E mi accoccolavo, e mi strofinavo le gambe. Mi volsi dell'altro lato, non c'era verso di dormire. Ed ecco un suono di chitarra giungermi all'orecchio, con un canto a cadenze e a ritornello, tra gran folla di contadini, che battevano le mani e mi gridavano: Viva! Bravo Rocchetta, diss'io. Mi accoglie a suon di poesia. E tesi l'orecchio, ma non potei raccapezzar verbo di quella canzone. Lungo tempo cantarono e gridarono; forse quella brava gente avrebbe voluto vedermi, sentirmi. Poi a poco a poco si fe' silenzio, ma quel suono mi errava deliziosamente nell'orecchio. Io mi applaudiva di quell'accoglienza. E se tutti gli altri comuni rassomigliano a Rocchetta, chi potrà più separarsi da questo collegio? Che potenza ha la parola, pensavo, la parola sincera e calda che viene dal cuore! Io conquisterò con la mia parola tutto il collegio, e la mia conquista sarà un beneficio, lenirà i costumi, unirà gli animi. Ma la voce del buon senso rispondeva: credi tu di poter fare miracoli? Sei ben certo che tu, proprio tu, hai procurata questa riconciliazione? Qui la materia era già ben disposta. Sarà il medesimo a Lacedonia? E un qualcuno m'aveva già detto: a Lacedonia non sarà così. Fantasticando, sofistificando, mi addormentai.

La mattina girai un po' il paese. Faccie allegre e sincere, bella e forte gioventù. A destra, a sinistra, gruppi che mi salutavano. Volli vedere cantanti e sonatori, e dissi loro che volevo battezzare quel paese così allegro, e lo chiamai Rocchetta la poetica.

E vennero le visite. Rividi la Luisa[19], a cui ero stato fidanzato giovanissimo, ora madre felice di robusta e allegra prole. E, buon per te, le dissi, che si fecero le nozze. Che vita avresti avuta appresso a me! Prigioni, esili e miseria. Tu hai avuto più giudizio di me, e ora sei ancora una rosa. Fui in casa Piccoli. E mi venne incontro un altro prete, faccia chiara e aperta che faceva contrasto con l'aria aperta arguta dei fratello arciprete. Vidi casa antica, illustrata dalle immagini degli antenati, guardata con sospetto da case nuove di gente laboriosa e industriosa. Feci altre visite. Attento! dicevo tra me. Un tal prete Marchigiani non visitato mi divenne in Sessa[20] nemico inespugnabile. Eppure dimenticai uno, quel prete dal viso oscuro. E credo che me ne volle. Credo.

Giunse il sindaco di Lacedonia con parecchi altri. Si fece una sola cavalcata, e via a Lacedonia. Io mi sentivo purificato. Venuto con un disegno non ben chiaro, e con molta passione, alla vista dei miei concittadini non ci fu in me altro sentimento, che di riacquistar la mia patria. Essi m'avevano già conquistato; dovevo io conquistar loro, guadagnarmi i loro cuori. E la cosa mi pareva facile. Rocchetta la poetica aveva trovato il motto dell'elezione. Nel partire, serrandosi intorno a me, gridavano: