La Palmira gli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto: un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo, giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si travagliasse in extremis per malignità di vaiolo, recasi a levarle la camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore, mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso spupillato) aspettando meglio viaggiava, udita appena la morte del barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa? L'amante non potendo ingolare quel boccone amaro in primis, come vuole ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! — La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro, multis cum lacrymis[9] si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto; abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e termina il dramma. Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve, si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.
La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le malizie sul capo dell'uomo mi riesce mortalmente sazievole: oltrechè quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.
Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questo dixit latro ad latronem, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi loda? quella, che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende a non fallire ella pure?
Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.
Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli, prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente sopra le giovinette labbra: da sè imparava per insegnare altrui: ebbe il sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire, deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi, i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai forte soldato della civiltà.
Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve, molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo, e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra loro danari, tanti ne raccolsero che bastarono a dargli onestissima sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio cuore.
La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica: nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla morte.
E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava che i condannati straziassero per modo, che si sentissero morire[10]. Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte, specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto le riusciva levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso: tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»
Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale. Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un mucchio di cenere.
Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio nel paese a cui basta la fronte per iattarsi l'Atene d'Italia. Qual gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto vedere.