Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone imperatore due volte aveano affrancata dal servaggio la Grecia, e fatta libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del figliuolo di Nicocle?»
Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro, strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove le vittime accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —
«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime, invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito, imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella in cui possa fidare scintilla per lui: egli va tentone, si perita far male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamarono raca: però egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge, e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a persona.
«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»
Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio, Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che
«. . . . . . . . non saranno senza fama
Se l'universo pria non si dissolve.»
E che dunque premevagli se a nessuno giovava il suo dire? Che cosa, che veruno lo ascoltasse, od anco ascoltandolo lo deridesse? Narrasi da Valerio Massimo che Antegenida musicante allevò con infinito amore nell'arte di suonare i flauti certo giovanetto, confidando ritrarne non mediocre onoranza; vedendo poi il giorno che lo espose sul teatro, come gli Ateniesi, ormai guasti dalle lascivie dei modi lidii, lo dispettassero, lo tolse per mano e, senza ira, senza cipiglio, anzi dolcemente gli disse: «fa core e suona per le Muse e per me.»
Ma no: piccolo conforto è cotesto, ed io lo rifiuto: palpita eterna la speranza nel cuore, e moriranno insieme, o piuttosto la speranza chiuderà gli avelli, ma non iscenderà co' morti là dentro: ella aperse gli occhi alla prima alba, ella deve chiudergli all'ultimo tramonto; seduta su la lapide delle generazioni che passano, rinnoverà la sua prece, finchè Dio non la esaudisca.
Che se taluno osserverà, nè pietoso nè savio essere stato il consiglio mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo a viso aperto: pietoso e savio, la mia religione m'insegna acuire, sopra le tombe, sopra gli altari, su i fonti battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare la Patria dallo aborrito straniero. Catone il Censore costumava, sia che il soggetto lo richiedesse o no, conchiudere ogni sua orazione col motto: vuolsi sovvertire Cartagine: sicchè poco prima che spirasse, la sua anima esultò delle puniche fiamme; così gl'Italiani a posta loro finiscano prece, lettera, orazione, predica, confessione, insomma tutto, con le parole: fuori stranieri; e gli stranieri sotto lo indomabile odio andranno dispersi. Allora poi favelleremo di amore.