Pessimo principio pei Popoli nuovi nel cammino della Libertà, che avendo speranza rinvenire ingenua la forma ai concepiti istinti, consultano gli scritti dei pubblicisti, e non vi trovando quello che cercavano, smarrisconsi o sconfortati cadono nel dubbio, — il dubbio, verme dell'anima!

Affermarono alcuni che le condizioni presenti mossero dai Monarchi; questo è falso. — I Monarchi si valsero dei Popoli come leva a rovesciare il temuto loro tiranno Napoleone. Non essi lo vinsero, ma la Libertà che promisero ai Popoli; e poi li tradirono. La storia è lì per provarlo a cui nega. I bisogni e i desiderii dei Popoli conoscevano dunque di lunga mano i Principi; si erano eziandio obbligati a soddisfarli, — leggete i proclami dei tempi. Come ai giuramenti adempissero — leggetelo nei trattati di Vienna.

Immersi negli ozii deliziosi delle ville e dei palazzi sovente giunse a sturbarli un suono lontano come di mare in burrasca, e domandarono ai cortigiani: ch'è questo? I cortigiani risposero: Nulla; — è il rumore del Popolo che piange....

Come le acque del diluvio crebbe il tesoro dell'odio del Popolo, e un giorno venne fremente a battere alla soglia della Reggia, — Ch'è questo? domandò il Re, e i Cortigiani: Sire, è il Popolo che minaccia. — Minaccia? — Mandategli contro i miei fanti e i miei cavalieri, stringetelo di catene, gittatelo nelle caverne, cacciatelo sotto terra a scavare le mie miniere. — Sire, sotto i piedi del Popolo si vede una massa informe di fango insanguinato, — cotesti sono i tuoi fanti e i tuoi cavalieri. — Gittategli dunque i rilievi del mio festino reale, — apritegli gli atrii e i giardini, — versategli vino, inebbriatelo.... — Sire, il Popolo ha sete, ma non di vino; — il Popolo ha fame, ma non dei tuoi rilievi.... — Or dunque che pretende egli? La mia corona forse? Ebbene, a voi, ecco la mia corona, lanciatela fuori del balcone alla furia del Popolo. — Sire, la tua corona non basta...!

Quando sotto la impressione del terrore si adempie in parte la prepotente volontà altrui, — questo non si chiama concedere.

Il perdono del Papa non fu egli concessione? — Non fu concessione. I Pontefici salendo al soglio costumano pubblicare indulto parziale o generale dei colpevoli, ladri, grassatori, bestie feroci insomma. Come se fosse soverchia la gioia che sentiva il popolo romano per l'assunzione di un papa, scatenavano cotesto flagello, che in breve faceva piangere; era acqua di dolore destinata a temperare il vino della pazza esultanza. Mastai non perdonò, adempì dopo qualche esitanza un dovere di cittadino e di cristiano. Se presso lui fosse stato delitto amare la Patria, non avrebbe proseguito egli la tirannide di Gregorio? La tirannide di Gregorio non poteva protrarsi più oltre: — dopo la enciclica contro i cattolici, la Chiesa di Gregorio si era fatta con le proprie mani uno sfregio sopra la faccia: — era caduta in ludibrio dei popoli.

Per le mani del suo vicario Cristo un'altra volta con la corona di spine, e lo scettro di canna, era stato esposto allo schiaffo delle Genti.

Meglio per la Italia se non avessero concesso nulla: o non ci saremmo levati a speranza, o ci saremmo levati più forti e più uniti. — Il comune pericolo, le comuni ferite, i dolori comuni avrebbero accordato i timidi e gli animosi: avrebbero chiuso il campo alla vanità, — erba parietaria che presto si appiglia, e presto copre le anime leggiere o corrotte.

Tutti quelli, che da tempo antico sono usi a militare sotto la insegna della Libertà, conobbero la Meretrice che ne assumeva la larva: per essi non hanno virtù le arti magiche di Alcina: conoscono tutti gl'incantesimi e i veleni della tirannide.

Le tanto allora vantate ed oggi irrise Riforme potevano paragonarsi al mutare della pelle che fanno le serpi in primavera: — la pelle muta, la serpe rimane.