E tre feste da ballo una.......[5].

Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.

Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai porri: Sapevamcelo, dissono quei di Capraia, risponderei; chè già ho antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!) allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo, assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra; anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito, che guadagno: inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa il Parini direbbe in poesia:

«...... e sì dannosa copia

Svelar di gigli e rose;»[6].

parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi in proposito. —

E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo noi mai sempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie per consumare, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle vostre mani, e si chiama produrre? Chi scavò l'abisso della industria? La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, gli operai a migliaia morirebbero d'inedia; e voi capitale con che vi saziereste voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti, voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore del prossimo, bebbe una cioccolata. —

Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso, capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte. I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre tregende, che finiscono in ia, e pure non è così. Non vo' che paia strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie, nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità; donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed alla fine le scoppia.

La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città, condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi arrivati, la città, un palio, che oggi chiamano a campanile, verso il camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomei in mano al capitale. Ora questi santi Bartolomei del capitale starieno anche peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano. Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini, ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i villani per le campagne, allettandoli altrove con più maniere di eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere spartito col padrone metà della metà del raccolto trova sempre il verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il Capitale Briareo si pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il quale ti fa manifesto come nel medesimo letto su cui giaci si consuma un lavoro di distruzione inevitabile.

Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso: