«Toscani! — Finchè l'Assemblea Costituente toscana non abbia deliberato le sorti politiche del Paese, il Rappresentante del Potere Esecutivo, volendo non essere minore della fiducia in lui riposta dal Popolo, dichiara ch'egli procederà severissimo contro ogni attentato o d'individui o di partiti, diretto contro la quiete e sicurezza pubbliche, e la indipendenza che deve restare inviolata al voto dell'Assemblea.» — Vedi Monitore del 2 aprile.
Io vorrei sapere un po' che cosa provoca la rampogna dell'Accusa in questo mio Decreto. Il provvedimento in sè stesso? o il modo col quale venne adoperato? o il fine politico? o le conseguenze che ha partorito? Se non si distingue, male s'incolpa, e peggio possiamo difenderci. Chi ama pescare nel torbo, contamina le acque; io vo' che si chiariscano. Supposto che all'Accusa fastidisca il provvedimento in sè stesso, dirò, che quando la salute della Società venga minacciata da pericolo estremo, furono i partiti straordinarii adoperati sempre, ed anche lodati; a patto però che il pericolo sia vero, non mentito per arte, o sognato per paura, e le misure eccezionali durino poco, si applichino con discrezione, e soprattutto si ponga mente a questo, che invece di rimediare ai mali umori, non gl'intristiscano e rendano per ira concentrata, e per profondo odio, insanabili. Di provvisioni straordinarie, pensai che nello aprile del 1849 potesse correre da un punto all'altro necessità per cause comuni, e per cause politiche. Per cause comuni, — perchè sbigottito io considerava il corpo sociale propendere a disciogliersi con inestimabile celerità; e se mi opponessero che altri pure pervenne a tenerlo fermo senza siffatti rimedii, io prima di tutto risponderei, dubitare assai che questo siasi ottenuto in modo sicuro, perchè il proverbio insegna, che le case salde non si puntellano, e di puntelli io qui ne vedo molti, anzi troppi; e poi a reggerlo vi furono adoperate forze, le quali erano state per altro uso disposte; ancora, che fu fatto uso di forze da ogni previsione nostra lontane; e finalmente non somministrare a confortarci motivo i delitti comuni dal 1848 in poi cresciuti di due terzi, con giusto timore che qui il mal progresso non sia per fermarsi. Rispetto a cause politiche, — perchè la esperienza dimostra che da un lato i Partiti vinti, prima di morire, ordinariamente prorompono in atti disperati e feroci; i vittoriosi, per consueto, in atti superbi e bestiali. In quanto al modo col quale la Legge Stataria venne applicata, ho già chiarito come non abbia fatto piangere nessuno; onde quando ogni altra lode mi venga a mancare, io non avrò perduto la gloria, che avventurandomi nelle vicende politiche desiderai conservarmi illesa, e che a Pericle moribondo parve doversi anteporre ad ogni altra, intendo dire, di non avere messo per colpa mia in gramaglia nessuno.[521] Se poi si volesse biasimarne il fine, a meno che non si pretenda che io dovessi rimanermi come Nerone a cantare su la torre, mentre andava a fuoco e a fiamma il Paese, io non so con quanto o senno o coscienza mi vogliano riprendere; e per quello che concerne il fine politico, è di evidenza intuitiva che la Legge del 7 aprile fosse arme apparecchiata contro l'estreme violenze dei Faziosi. Invero, se l'Assemblea io sapeva che stesse per deliberare la Repubblica, quali timori erano questi miei? Non cadevano paure, imperciocchè i Faziosi ne avrebbero acceso i falò, e levate al cielo le grida. I sospetti non versavano, nè potevano versare, che su questo: o che i Deputati a dare il voto per la restaurazione si peritassero, o che per improntitudine di Partito la deliberazione dell'Assemblea si volesse a forza, come minacciavano, cancellare.
Intorno alle conseguenze rammento, che la Corte Regia di Lucca col Decreto del 4 giugno non solo si astenne da improbarle come delittuose, ma come prudenti le commendò. Nè per me volendosi, o potendosi addurre ragioni che valessero oltre quelle contenute nel Decreto allegato, torno, come ogni buon cittadino deve fare, a piangere amaramente su lo spettacolo, che nello stesso paese, — sotto le leggi medesime, — a breve distanza, — nella causa medesima, — giudicando lo adempimento della stessa misura, — ciò che per alcuni Giudici fu argomento di lode, per altri possa esserlo, non dico di biasimo, ma (ed empie di orrore!) di capitalissima accusa.
Però di queste tre Leggi, la prima non mi riguarda, e non fu mandata mai ad esecuzione; e mantenuta da me per impedire che per prepotenza di Faziosi, la forma Repubblicana, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma s'imponessero, dispersa appena cotesta bufera fu da me abrogata; la seconda, comunque da me non firmata, intesi che alla repressione di delitti comuni di pessima indole principalmente mirasse, non avvertita la maschera sotto la quale presumevano andare impuniti; la terza accenna a delitti comuni, e si propone per iscopo di assicurare la libera votazione dell'Assemblea nel vitale partito, se e come Toscana avesse ad unirsi con Roma.
XXVII.
Intorno all'Accusa della soppressione del Consiglio generale Toscano, e della mutata forma delle Elezioni.
Il Parlamento fu soppresso dal partito prevalente, col Decreto promulgato nel giorno otto febbraio sotto le Loggie dell'Orgagna alla presenza del Popolo, come nelle pagine che venni in altra parte di questo scritto dettando fu largamente provato.
Lo soppresse la stampa repubblicana furiosissima e incalzante. Torniamo a gittare uno sguardo sopra nuovi documenti di quella, e vediamo se davanti un tanto percuotere di ariete, quando anco altro non fosse stato, avrebbe potuto il Parlamento sostenersi.
«La Costituzione e lo Statuto scompaiono col Principe disertore: noi ricorderemo ai Deputati della Toscana, ch'eglino, come Consiglio deliberativo, hanno compiuto l'opera loro...... Il Senato, grottesca parodia della ciarliera Camera dei Pari di Francia, violatrice della Costituzione, di ogni mandato, di ogni sovranità; il Senato, autorità unicamente fittizia, più non esiste in Toscana; egli altro non era che una superfetazione del potere reale;[522] questo caduto, il maggiorasco dell'Aristocrazia già cadente ha perduto ogni nerbo di vita, anzi ogni vitalità costituzionale e deliberativa. Il nostro Senato, come quello di Francia, rimarrà rimembranza più o meno ridicola, più o meno riprovevole, secondo gli effetti che resulteranno dalle ultime sue sbadigliate elucubrazioni. Il Senato, figlio accarezzato dello Statuto, è sepolto con lui.» — (Alba del 9 febbraio 1849.)
«Oggi gridiamo francamente al Governo di Toscana, ai Democratici di Toscana, quello che il Popolo in questi dì domandò ai suoi reggitori, quello che scrisse su le mura di tutte le vie di Firenze: Unione con Roma! Uno Stato solo di Toscana con Roma.
«Dare indietro — sarebbe tradimento, apostasia; sarebbe un volere sepolta la fede combattuta da tanti dolori sotto le bandiere della prima vittoria.