E quello che merita considerazione maggiore si è, che senza questa provvidenza non si potevano, a mio parere, aprire le porte del ritorno al Granduca. Ragioniamo, e vediamo se il mio concetto è giusto.

Poichè la Corona, abbandonando il Governo, aveva lasciato il Paese senza autorità, e il Partito Repubblicano, valendosi della occasione, aveva preso il disopra; tre soli modi occorrevano a ristabilire il Governo Costituzionale. Questi modi erano: 1º Armi straniere; 2º Accidente interno; 3º Consenso universale.

Che si avesse ricorso ad armi straniere, non era pensiero che potesse cadermi nella mente; e neppure, io m'induco a credere, in quella dell'Accusa: e dov'ella, ai giorni che corrono, il contrario mi dicesse e giurasse, io la terrei spergiura. Infatti, due volte abbiamo veduto ai tempi nostri il mondo armato ricondurre i Borboni in Francia, e il mondo armato non bastò due volte a dare loro stabile fondamento, però che il Popolo mantenne sempre vivo quel dolore nell'anima di sopportare il regno come un giogo di umiliazione impostogli nel giorno della sventura dalla superbia straniera; per la quale cosa, il tempo, invece di lenirlo, lo inciprignì per modo che poi ne uscirono quegli effetti, che, pessimi pel Principato, neppure pei Popoli si possono dire lieti. Nè questo esempio è singolare nella Storia. In Inghilterra il voto del libero Parlamento aperse durevoli e prosperose a Carlo II Stuardo le porte del ritorno al soglio paterno; mentre Giacomo II, suo fratello, sovvenuto dalle armi di Francia, non ricuperò il trono, e perdè irrevocabilmente lo amore degl'Inglesi.[523] Quando le armi straniere muovono ad aiutarti, di rado avviene che nol facciano per solo comodo proprio; quando anche vi si conducano un poco per benefizio tuo, nonostante il comodo loro sarà sempre troppo la maggior parte: per la quale cosa esse ti tengono subietto, e ti tolgono la riputazione di poterti reggere da te; onde per necessità ti poni in perpetua tutela altrui. Da un lato acquisti fama e atteggiamento di debole, dall'altro perdi la confidenza, perchè tu stesso mostri non ti volere o non ti potere fidare; ed è il primo dannoso, il secondo senza rimedio. Ad ogni modo, senza che io vi spenda intorno altre parole, la chiamata delle armi straniere dagli uomini politici è reputata infelice consiglio negli Stati grandi, pessimo nei piccoli. Solo può giustificarla la disperazione di ogni altro partito; ma a questo estremo non eravamo noi, e sarà dimostrato in appresso. E poi, mi rimane in cuore una speranza che consigli spontanei non abbiano fatto repudiare la sapienza comune e le tradizioni avite; nè a farmela deporre mi costringe la opposta apparenza, imperciocchè io conosca a prova quanto empia sia la virtù della necessità politica, e solo menti affatto plebee possono giudicarla arte fraudolenta di privato interesse.

E chi nel febbraio del 1849 avremmo potuto chiamare? Per avventura gli Austriaci? Ma nè sì sollecite nè così infelici potevano presagirsi le sorti della guerra italiana; e in ogni caso, io non poteva prevedere davvero che s'invocassero per ausiliarii quelli che, salendo al Potere, trovavo, da tre Ministeri precedenti al mio, dichiarati nemici. Tradizionale correva per Toscana tutta la fama che uomini svisceratissimi della Monarchia e di senno antico, miei predecessori nel Ministero, avevano sempre avversato la introduzione di armi straniere in Patria, e di taluno si diceva eziandio che, piuttosto di consentirla, avesse scelto rassegnare la carica. Avremmo chiamato i Piemontesi? Rammentisi senza amarezza, e non per incolpare cotesti Popoli, speranza e decoro del nostro Paese, ma sì taluno di coloro che in quel tempo gli resse, come meschine cupidità, in mal punto messe in campo, facessero diffidare dei loro aiuti. Vorrei anche credere di leggieri quello che ci assicurava il Ministro piemontese, intendo dire, le molestie tutte non dipartirsi già dal Governo, ma sì dalla trista genìa degli uomini zelanti che dimorava a Sarzana, se l'azione diretta del Governo nel negozio dell'Avenza non mi costringesse a dubitarne. — Comunque sia, Piemontesi o non Piemontesi, entrando su le nostre terre in sembianza ostile, diventavano stranieri; e questo non sarebbe stato bene per noi, nè per loro. Dunque, alle armi non domestiche, molto meno alle straniere, non dovevo immaginare che si volesse nè che fosse bisogno ricorrere. E qui mi si conceda che a mente tranquilla torni a lamentare la subitezza di Vincenzo Gioberti, peccato ordinario delle indoli generose; però che io gli scrivessi nel 21 febbraio la Nota referita nelle precedenti pagine proprio per porgergli l'addentellato onde trovar modo a comporre prudentemente le cose italiane ogni giorno più ardue; ed è da credersi che lo avremmo trovato. Piacque ai Cieli altrimenti!

Gli accidenti interni, o rivoluzioni condotte per forza, senza sangue non si operano; male, se le forze dei Partiti si equilibrano; peggio, se no. Feroce nel primo caso la guerra civile; nel secondo ferocissima e spietata: imperciocchè allora vi si unisca la paura; e di questo fu toccato altrove.

Nel caso nostro i Faziosi nell'8 febbraio, e quelli che, senza parteciparne le opinioni, pure aderivano a loro in quel momento di ebbrezza, non parevano la minorità; ma sedato lo impeto, il Partito Costituzionale doveva riprendere il di sopra. E posto ancora che fossero i più deboli, rimane sempre vero, ch'essi, come più audaci e maneschi, dominavano lo Stato, e da un punto all'altro diventando Governo era da aspettarci che ponessero in pratica il principio di vincere ogni ostacolo con la forza, e col terrore mantenersi. Intanto la guerra civile si manifestava da ogni parte con orribili indizii. Credei, e credo davanti a Dio e davanti agli uomini, che il mio dovere m'imponesse impedire che i cittadini si sbranassero, e questo, secondo le mie forze, ho procurato fare, e fino all'ultimo ho fatto. Temperare i Partiti estremi onde non venissero al sangue, mi parve principale scopo della missione alla quale la Provvidenza mi aveva riservato. Se da un lato tentai reprimere i moti reazionarii e sovversivi la società, dall'altro prevenni persecuzioni, vendette, e gli effetti trucissimi della paura. Recuperare lo Stato col mezzo della guerra civile, torna lo stesso che incendiare la casa per rientrarvi.

Il nostro Principe si proclamava altamente nemico alla guerra civile: «Alcuni torbidi scoppiati nel seno della Toscana mi consigliarono a chiamarvi intorno a me da ogni parte dello Stato, e non già che l'animo mio soffrisse di promuovere la guerra domestica, e di porre gli uni contro gli altri coloro che tutti sono ugualmente miei figli.» — (Proclama di S. A. del 4 settembre 1849.) — E questo, come vedremo, ha poi detto sempre. La guerra civile deve detestarsi da tutti, e detestai; e così facendo, ho adempito ai miei doveri di cristiano e di cittadino, e certamente corrisposto alle intenzioni del Principe.

Ripetere qui quanto già dissi intorno alle ragioni dei tempi e agli umori dei Popoli, sarebbe certamente sazievole: solo piacemi riferire adesso due esempii, il primo antico, il secondo odierno, e ciò nello scopo che l'uno all'altro serva di confronto. Sul principiare della Rivoluzione di Francia del 1789, il Popolo concitato a sdegno contro certo Thommassin, da lui creduto incettatore, lo chiama a morte; chiuso, per salvarlo, nella prigione di Poissy, l'onda del Popolo batte fremente le porte del carcere. L'Assemblea, sollecita a riparare i mali, manda uomini apposta per tutelarlo dalla furia delle moltitudini, e il Vescovo di Chartres, anima di angiolo, con parole soavi di amore e di cristiana carità si affatica a raumiliarle, e lo facea, se una voce proterva ad un tratto non prorompeva in questo concetto: «Or vedete, Sauvage, perchè povero, lasciarono perire; questo poi, perchè ricco, vogliono salvare.» Al tristo grido il furore degli accorsi divampa, le imposte scassinate, volano in pezzi, già fuori del carcere il misero prigioniero strascinano, le spade già di sinistra luce balenano. Lo egregio Vescovo, non gli sovvenendo ormai partito migliore, s'inginocchia, i Deputati dell'Assemblea lo imitano, e tutti insieme, non senza lagrime, tendono supplichevoli le mani al Popolo, implorando la vita al Thommassin. «No, — ha da morire;» risponde la turba. Nè anche adesso si sgomenta il Vescovo: e «Voi cristiani siete» egli dice, «concedete dunque che da cristiano muoia; bastivi uccidere il corpo, deh! abbia salva almeno l'anima.» Allora il Vescovo riceve la confessione del meschino, e levata la destra lo scioglie benedicendo dai suoi peccati; quindi aggiunge con voce benigna: «Voi lo potete trucidare adesso.» Il Popolo si sente ammollire la durezza del cuore; non osa: e il Thommassin è salvato.

Certa sera del marzo 1849 io mi riduceva al Palazzo Vecchio, quando posto il piè su la piazza scôrsi moltitudine di Popolo imperversarvi dintorno; e un grido funesto mi percosse: «Li vogliamo morti.» Accorrendo vidi come la Guardia Nazionale ritrattasi nel quartiere avesse chiuso le imposte, con poco frutto però, chè la calca facendo forza minacciava fracassarle; tempo non mi parve cotesto di fermarmi a interrogare di che cosa si trattasse, nè gli arrestati qual nome si avessero: uomini erano. Penetrato a stento nell'atrio dove mette capo l'usciolino del quartiere, questo pure rinvenni custodito dalla moltitudine sospettosa, e chiuso per di dentro: bussai più volte, ma non si attentavano aprire; se non che avendo ravvisata la mia voce lo schiusero un poco, tanto che io potessi entrare, e subito tornarono a chiuderlo dopo le spalle. Mi apparvero davanti due giovani, morti giudicati alle sembianze; ignoto il primo, notissimo il secondo, ch'era Tommaso Fornetti. Amicizia antica mi legava con la sua famiglia, con la sua parentela, con lui, del mio Studio onorevole ed onorato frequentatore; e se non fui io che feci ottenergli lo impiego di Segretario al Ministero degli Esteri (chè di tanto non posso vantarmi), certo egli mi provò in cotesta congiuntura caldissimo e non inefficace promotore. Quando la volontà del Principe mi assunse al Ministero, egli si dimise dal segretariato, dubitando forse non essere mantenuto, a cagione dello scrivere, che faceva nel Giornale — Il Conciliatore, che per seminare zizzania pareva nato a posta, ed in ciò ebbe torto; nè dopo cotesto atto non giustificato dal dubbio che accenno, nè, a parere mio, da verun'altra ragionevole causa, mi era più comparso davanti. «Se' tu, Maso?» gli dissi amorevole. «Ch'è stato?» — Ed egli narravami, che essendogli occorso su pei canti certo Manifesto pieno di atrocità, non aveva potuto tenersi e lo aveva strappato; ora trovarsi tratto costà in presentissimo pericolo, perchè le imposte della porta minacciavano cedere, e già i calcinacci per le reggi commosse violentemente cadevano. — Allora ripresi: «Benedetto ragazzo, e chi t'insegna a metterti in questi ginestraj! E mentre sudo acqua e sangue perchè la stadera non trabocchi, tu vai a caricarla di nuovi pesi! Però tutto questo non vale nulla adesso: vieni e tenterò di salvarti.....» Schiusa un tal poco la porta, raccomandai alle Guardie Nazionali, che appena uscito mi formassero argine dietro, e poi presi ambedue i giovani sotto le braccia; e «Su via coraggio» dissi loro, «andiamo.» E trassi fuori risoluto con loro. Le Guardie Nazionali animose si posero e pronte fra noi e la moltitudine arrabbiata. Già avevamo mosso cinque passi o sei, quando, fra gli urli che c'intronavano le orecchie, se ne levò uno così in tristezza come in fragore soperchiante agli altri, che gridò: «Perchè sono Signori è venuto a salvarli; se fossero stati poveri potevano agganghire.» Facciamo presto, raccomandava ai giovani, chè conosceva i goccioloni forieri del rovescio, quando ad un tratto non ci potendo raggiungere ci lasciarono andare dietro una pistolettata, la quale per ventura non colse noi, ma stracciò uno orecchio al custode dello ufficio dell'Ambasciata inglese. «Facciamo presto, chè non ci arrivi la seconda» raccomandai da capo; e sorressi i pericolanti e li condussi in casa, facendo quello che tra gente di cuore si costuma. Fornetti fu accolto dai miei familiari, che lo conoscevano ab antiquo, come un parente di casa. Allora seppi l'altro chiamarsi Lenzoni, ed essere figlio della illustre Donna, che tanto fu pia alla memoria di Giovanni Boccaccio, di cui gl'ingrati concittadini ignorano perfino il sepolcro; e quantunque io poco sia uso a dimostrarlo, mi sentii tutto commosso della pietà di questo dabben figlio, che si preoccupava meno del pericolo passato e della tremenda agitazione presente, che dell'angoscia della Madre sua, se per sorte le fosse giunta notizia del caso, corrotta, come suole, od aggravata dalla fama.

Non potendo consentire che uscisse, lo consigliai a scrivere, e la lettera pervenne celere, quanto l'amore del figlio e l'ansietà materna potevano desiderare. Nel partire, ordinai ai miei di casa li tenessero sollevati; rinforzassero internamente le porte, e non aprissero, badassero bene, a nessuno, se non udivano la mia voce. La folla brontolando si sciolse, non però in modo che per buona pezza della serata qualche capannello dei più pertinaci non rimanesse a imprecare e a minacciare. A notte fitta, Ottavio Lenzoni venne pel fratello, e a lui, ricevute e risposte convenevoli parole, liberamente lo affidai: Fornelli poi, quando tempo mi parve, attaccata la carrozza, non senza calde raccomandazioni di pensare a sua madre, e astenersi da commettere sè stesso a pericolo di vita, feci accompagnare alla sua dimora.