L'Accusa ha scritto (e mi giova insistervi sopra): — che cosa ha fatto il Guerrazzi? Al più, al più, egli ha impedito che la Repubblica si proclamasse fino alla convocazione dell'Assemblea Costituente toscana. — Davvero? Ebbene, ricordati che io ti ho domandato, e torno a domandarti adesso: sai tu che cosa si desidera per ricondurre le menti deliranti nel diritto cammino? Sai tu quello, che in simili condizioni riesce ordinariamente ad ottenersi impossibile? — Ed io, poichè, tu Accusa, non sai o t'infingi non sapere rispondere, rispondendo per te dirò, e lo dirò con un uomo di Stato, Storico e Pubblicista di grande celebrità: La tranquillità, onde ogni uomo esamini con calma, e adoperi il suo giudizio a considerare quella che a sè e al suo Paese convenga.[528] Ora la convocazione dell'Assemblea partoriva appunto questo bene; per essa si acquistava il tempo necessario, affinchè gli animi accesi, riposati dall'agitazione che gli affaticava, ponderassero quanto fosse da evitarsi, e quanto da seguirsi; gli spiriti costituzionali, che sbigottiti non ardivano mostrarsi, si ravvivassero; con varie pratiche i più tormentosi perturbatori, sia che gli spingesse zelo focoso di convinzione o freddo calcolo di pescare nel torbido, si allontanassero; il Paese insomma risensasse, si riscuotesse, e recuperando le sue tradizioni smarrite, i suoi costumi, le sue voglie, la sua maniera di sentire e di essere, ritornasse nella carreggiata donde una scossa improvvisa lo aveva sbalzato.
La mia condotta fu semplice; nè penso essermi mostrato impenetrabile come la Sfinge a Edipo: non consentii alla parte repubblicana, nè alla Unione con Roma, per convincimento, desunto da fatti e da giudizii, che la Toscana all'una cosa repugnasse e all'altra. Per me, terrò sempre così disonesto, come insensato, precipitare per forza o per inganno i Popoli colà dove si mostrano repugnanti ad andare; e se i Partiti senza fede, di cui oggi è infelice instituto scrivere carte in contumelia altrui, comprenderanno alfine, come si possa professare opinione discorde dalla loro senza essere per questo traditore o codardo, penso che faranno meglio i fatti loro; — ma predicando ai Partiti, prédico al deserto.
Il Procuratore regio della Repubblica, signor Rusconi, scrive: «Che essendo mancato il Governo, il Paese aveva diritto di essere governato, di provvedere alla propria conservazione,»[529] — e qui sta bene; — «egli era necessario ricorrere a quella fonte, che solo legittima ogni Governo, interrogando il voto popolare. Un'Assemblea Costituente a suffragio universale eletta, era la resoluzione più sensata che potesse adottarsi;»[530] — e questo è anche meglio. — Ora vorrei sapere un po' dal signor Rusconi perchè, se questo andava bene per Roma, non dovesse andare del pari bene per la Toscana? Forse i Toscani non hanno diritto per essere consultati prima di disporre di sè, o non hanno intelligenza per giudicare? Per quale motivo ci vuole egli ridotti nella condizione dei minori, o dei maniaci? In Roma le deliberazioni avevano a prendersi gravemente nell'Assemblea eletta dal voto universale; qui, a furia di Popolo, anzi di una frazione di Popolo. A Roma, perchè conoscevate gli umori della Nazione favorevoli ai disegni vostri, gli rispettaste; qui, perchè li dubitaste contrarii, bisognava contentarci degli schiamazzi; e chi esitava, si doveva eccitare; chi repugnava, atterrire; anzi, diffamandolo come traditore, esporre alla cieca ira delle moltitudini furibonde. E qui cesso, che più lungo discorso discrezione non consente.
Il signor de Larochejaquelin, realista purissimo, rispondendo nel 30 agosto 1850 alla Circolare del signor Barthélemy, ammonisce: «Non essere, come altri crede, l'appello alla Nazione un atto rivoluzionario: all'opposto, deve reputarsi invito alla medesima, perchè nella sua sovranità finisca l'era delle rivoluzioni.» Alla quale opinione si accosta anche il signor De Montalembert, che a quanto mostra non pare che si possa mettere fra i Repubblicani! — I Costituzionali, comecchè moderati, non discordano; e lo abbiamo veduto nel consiglio del Conciliatore.
Ma oltre che non se ne potesse fare a meno per le ragioni copiosamente discorse, varie considerazioni speciali vie più confortarònmi di ricorrere al voto universale.
I. La notizia di fatto della propensione del Paese al Governo Costituzionale. — Assunto al Ministero, persuadendomi che il primo dovere del Ministro consistesse nel bene applicarsi a conoscere gli umori dei Popoli, ordinai, come in altra parte ho accennato, a tutte le Autorità governative ed ai Gonfalonieri, mi rimettessero circostanziate informazioni su lo stato religioso, morale, politico ed economico dei Popoli da loro amministrati. Raccolti i Rapporti a diligenza del Segretario signor Allegretti, furono disposti in quadri sinottici; e da questi venne a resultare, come la grandissima maggioranza del Popolo Toscano alle libertà costituzionali stesse contenta. Anche questi libri e questi Rapporti domando, affinchè si conosca da quali motivi io fossi condotto nel consultare il voto universale del Popolo.
II. L'opinione stessa di S. A. — Quando nel primo colloquio, che io ebbi l'onore di tenere col Principe, io gli feci lealmente avvertire, che la Costituente, nel modo che dal medesimo era stata accettata, poteva esporlo a perdere la Corona, e che però la materia meritava considerarsi due volte; il Principe rispose: averci pensato, ed essersi anche a questo disposto, purchè fosse per benefizio del suo Popolo; ma poco dopo soggiunse: — però io non temo la prova; la mia famiglia ha beneficato la Toscana; io mi sono ingegnato, per quanto era in me, imitare gli esempii paterni, onde io non dubito che, consultato il voto del Popolo, sia per riuscirmi favorevole. — E questo credo ancora io, soggiunsi, ma mi è parso onesto avvertirlo.
Onde io piena la mente di queste parole, commesso a dettare il Discorso della Corona per l'apertura del Parlamento, che avvenne nel 10 gennaio 1849, scrissi con mano franca (come quella, che consentiva al sentimento del cuore) la sentenza, la quale pronunziata poi dai regii labbri empì di applausi e di esultanza la sala: «quando mi assentiste il titolo di Padre io di lieto animo lo accettai, perchè veramente mi sento affetto paterno per gli uomini, che sempre mi studiai, e studio governare con amore. Se i presenti, e se i posteri mi confermeranno il titolo di Padre del mio Popolo, sarà questa la più gloriosa ricompensa, che abbia, mai saputo desiderare il Principe vostro.»[531] E il Conciliatore dell'11 gennaio così commentava: «Queste semplici parole avranno un'eco nel cuore di tutti i Toscani, e non saranno infeconde, perchè tutti sanno non esser queste una frase officiale; e gli applausi, che scoppiarono unanimi appena furono udite dalla bocca di un Principe, che non ha mai mentito, erano una conferma del vero, ed un omaggio alla virtù.»
III. La opinione di uomini per eccellenza conservatori. — Favellando talvolta dell'esito probabile del voto universale con persone versate nei pubblici negozii, e segnatamente col signor Senatore Fenzi, ricordo come questi mi affermasse che il Paese consultato si sarebbe per certo chiarito propizio al Principato Costituzionale.
IV. Lo esperimento fattone dal Governo Costituzionale di Carlo Alberto in Lombardia, dove, malgrado i supremi sforzi di parte repubblicana, lo vedemmo uscire, con mirabile concordia, secondo al Principato Costituzionale.