La dottrina dei fatti compíti distrugge la pretensione del diritto: chi raccoglie il retaggio dei primi, male si affatica a sostenersi sul secondo; il principio dell'autorità, e quello del voto popolare, non sono redini da stringersi in una stessa mano; procedere dall'uno o dall'altro, secondo che torna, è consiglio pessimo, a praticarsi impossibile. Quando, tra gli altri fatti, le Potenze stipulanti i Trattati di Vienna approvarono la separazione del Belgio dall'Olanda, e dello Egitto dalla Porta, distrussero virtualmente cotesti Trattati. Sofisma è ricorrervi, come adesso fanno i Diplomatici, cavillo forense e nulla più; e siccome senza forza i sofismi non reggono, così potrebbero attenersi risoluti a quella che di presente possiedono, senza beccarsi i geti con un fantasima di diritto a cui nè credono essi, nè nessuno altro crede. — Il Guizot, per giustificare la conferma di cotesta separazione, addusse lo esempio di due travi cascate per vetustà dal tetto della fabbrica, che bisogna lasciare giacenti a terra. Ora questo esempio non ispiega nulla; e la esperienza insegna diffidare degli uomini che, usi sempre a procedere con formule rigorose di raziocinio, ad un tratto ti balzano su con paragoni e parabole; imperciocchè questo voglia dire che essi proprio non hanno più in fondo al sacco un pugno di ragione per farne un discorso che valga.
Perchè nella famosa storia dei successi avvenuti dal 1848 in poi, con tanto studio di verità dettata dall'Accusa e dagli altri che la precederono nel nobile arringo, simili a un punto e diversi, come si addice a fratelli; perchè, dico, il Decreto del 12 maggio è taciuto? Perchè l'Accusa lo cuopre, pietosa figlia, camminando a ritroso, come se si trattasse delle vergogne del Patriarca Noè? Gran comodo sarebbe quello di potere cancellare dalla memoria altrui i ricordi dei fatti successi, con la facilità stessa con la quale taluni cancellano dalla propria anima ogni sentimento di gratitudine e di pudore. Io però rammento questo Decreto, non già per cavarne motivo di biasimo ai Ministri onorandissimi che allora sedevano nei Consigli della Corona, ma sì per proseguirli della lode che meritano. Imperciocchè per esso mi si faccia manifesto, come uomini i quali logorarono massima parte della vita nello esercizio di dottrine diverse da quelle che comunemente si professavano allora, sapessero, prudentissimi, piegando dinanzi alla politica necessità, l'animo ai tempi accomodare; quantunque, per avventura, tutte le cose, di cui è pregno il Decreto allegato, potessero, nel 12 maggio 1848, parere un po' troppe anche a me.
E avvertite che, circa quel torno, a Presburgo ancora, tutte le domande degli Ungheresi concedevansi; il Bano Jellachich e il Patriarca Rajaesis che avevano impreso ad osteggiare i Magiari, quegli dalla parte di Croazia, questi dalla Servia, disapprovavansi, destituivansi, di alto tradimento a Vienna accusavansi; ed ei lasciavano dire. E questo ancora dimostra quanto elastica, molteplice, proteiforme e barometrica sia l'accusa di alto tradimento.
Nè gioverebbe punto all'Accusa, qualora si risolvesse a mettere in causa meco (il che non credo che voglia fare, almeno per ora) i signori Cempini, Bartalini, e gli altri del Ministero Toscano del 12 maggio 1848, dimostrare come cotesto Ministero non subisse «forza tale da impedire il retto uso della ragione e della libertà, e da coartarlo a non abbandonare la posizione che poteva strascinarlo a pubblicare il Decreto allegato;» però che cotesti Giureconsulti egregi, e uomini di Stato gravissimi, l'ammonirebbero dicendo: — «Accusa, Accusa, tu dovresti sapere che altra è la coazione che cade sopra uomo privato, altra quella che cade sopra uomo pubblico. La prima deve presentare i caratteri indicati dal gregge dei forensi, quantunque, anche in questa parte, sia ufficio del discreto, e soprattutto onesto Giudice, considerare non solo la coazione in sè stessa, ma eziandio le varie maniere con le quali si fa manifesta, e le diverse qualità degli uomini sopra i quali ella venne esercitata. Tale per nota d'infamia sbigottisce, che di ferro non cura; e questo va avvertito nel calcolo della imputabilità delle azioni incriminate. La necessità politica poi, nell'uomo pubblico, consiste, nei tempi di pericolo, nell'abbracciare quei partiti che, secondo la religione della propria coscienza e la virtù del suo intelletto, egli reputa più acconci a procurare il maggior bene o il minore male possibile allo umano consorzio, di cui gli venne confidato il governo. Il Ministro che abbandona il posto davanti alla irrompente anarchia; il Ministro che soffre esposte ai ferri dei feroci le gole degli amici, — ed anche dei nemici; il Ministro che lascia sobbissare il Paese per mettersi in salvo col suo fagotto, è a mille doppii più infame della sentinella che diserta il posto alla presenza del nemico; però ne sente più profonda la pena, chè la Storia lo marchia in fronte, e lo manda argomento d'ira e di disprezzo alla memoria dei più lontani nepoti. Voi, Giudici, guardate bene di notare per lesa maestà quelle azioni, che, non fatte, frutterebbero dai Popoli l'accusa di tradita umanità.» — Così (parmi udirli) direbbero i lodati Giureconsulti e Ministri all'Accusa, e direbbero bene.
VI. La prova, che, consentendo la Corona, ne avevamo fatta in parecchi paesi della Lunigiana, e segnatamente pel negozio dell'Avenza, dove, comecchè il Governo Piemontese instasse calorosamente, tutti (chè due voti non fanno opposizione) si dichiararono pel nostro Principe.
Per la quale cosa io penso potere affermare, che difficilmente si procede, nelle faccende politiche, con sicurezza maggiore di quella che avessi io quando alla necessità del suffragio universale assentiva. Tanto meno ingratamente mi vi disponeva, in quanto che erami noto come il Sacerdozio, avverso alla Costituente Italiana, non trovasse niente a ridire alla Costituente Toscana.[532]
E mal consiglio fu impedire, o effetto della consueta inerzia non andare e non mandare gente a deporre il voto, chè, in questo modo operando, l'Assemblea unanime, o quasi unanime, e nella sua prima Seduta, avrebbe restaurato il Principato Costituzionale, vinto ogni ostacolo che a me rese il compimento del mio disegno difficile, e con benefizio del Paese grandissimo. E questo appunto massimamente temevano.
Nonostante però che molti elettori si astenessero, ed altri si facessero astenere (il che fu male), e malgrado che molti eletti costituzionali rifiutassero il mandato (il che fu peggio), non fallì il mio presagio, e la maggioranza favorevole alla Costituzione si ottenne. Ma la composizione di questa maggiorità richiese tempo e cure, perchè moltissimi Deputati erano ignoti al Governo, ed io non ben noto a loro; bisognò tastarli prima nelle Conferenze, e la maggiorità non potè vincere di slancio, come quella che non andava copiosissima di nomi universalmente autorevoli; tentennò a decidere, sbigottita dai clamori della minorità smaniosa, dagli schiamazzi della stampa, dalle insinuazioni perfide, ch'eglino erano stati chiamati a sigillare il tradimento del Governo.
Dimostrazione storica.
Vogliano ricordarlo sempre i lettori, compongo una Difesa. Non mi abbandonino; mi seguano, io gli scongiuro, benigni, tenendo la mente rivolta a due cose: non trattarsi adesso di eleganze di testura o di eloquio, bensì di aggirarmi per la matassa arruffata dell'Accusa rompendone ad uno ad uno gl'inamabili fili.... Che Dio vi benedica! O che volete voi, che cammino sia il mio, se, dov'ella leva l'orma, a me tocca mettere il piede? E poi, badate a questa altra, che l'Accusa crede, nel suo portentoso cervello, ritenere che la Fazione violentasse tutti e tutto fino al mezzodì circa dell'8 febbraio; poscia cessasse ad un tratto onde lasciarmi abilità di commettere spontaneo e liberissimo tutti quei fatti, che nella sua opinione costituiscono il reato di crimenlese; e riprendesse in ultimo il suo berretto e le sue furie, nel maligno intento, che lo imperversare posteriore non iscemasse di uno atomo la mia colpa davanti all'Accusa. Le violenze della Fazione; secondo la veridica storia dell'Accusa, si comportarono per lo appunto come le acque del Mare Rosso, quando sotto la verga di Moisè rimasero spartite, e stettero a guisa di muraglia, a destra e a sinistra,[533] perchè io potessi entrare nel mare della Lesa Maestà a piedi asciutti. Veramente cosiffatte partizioni senza verga di Moisè non succedono; ma l'Accusa portentosa crede ai portenti in mio danno, ed anche ne opera.