«Decreta:
«1º Doversi nel momento attuale sospendere ogni deliberazione intorno alla forma del Governo ed alla Unificazione della Toscana con Roma.
«2º Doversi prorogare, siccome proroga, la prossima futura di lei Tornata al dì 15 aprile corrente.
«3º I Deputati non pertanto dovranno restare in Firenze.
«4º Il Capo del Potere Esecutivo non potrà risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il soccorso e l'annuenza dell'Assemblea, non solo a pena di nullità, ma di essere punito come traditore della Patria. Potrà bensì provvedere alle necessità dello Stato con la emissione di tanti Buoni del Tesoro, fino alla concorrenza di 2,000,000 di lire, ipotecando i medesimi unitamente all'imprestito volontario decretato con la legge del 5 aprile 1848 per sostenere la guerra della Indipendenza, sopra i Beni dello Scrittoio delle Rendite.
«Li 3 aprile 1849.»
Fu vinta, ma combattuta dalla diffidenza. La proroga era concessa per soli dodici giorni; ed anche a me piacque che fosse così; e m'imposero, sotto solenne religione, l'obbligo di non risolvere intorno alle sorti della Toscana; e due milioni assegnarono per limitare le facoltà che aborrivano, e pur si dovevano, in tanta urgenza, lasciare liberissime. Però gli Avversarii non rifinivano di sussurrare menzognero ed esagerato il rapporto; i fatti non veri; vero soltanto l'accordo del Potere Esecutivo col Principe a Gaeta.
Avrei potuto allora chiudere violentemente l'Assemblea, e operare qualche giorno innanzi quanto successe il 12 aprile. Nol feci, e non lo volli fare. Considerai, che avventurandomi a cotesto passo avrei potuto incontrare resistenze di città, di provincie, od anche d'individui; e questo verosimilmente accadendo, bisognava ricorrere alla forza. Simile partito poi non era sicuro che riuscisse, con le milizie che possedevamo allora: dato che riuscisse, era mestieri venire a contesa; ed io diligentemente procurava, che non insorgesse dissidio di sorta da nessuna parte, perchè lo universale consenso rallegrasse la Corona, e la persuadesse, che i casi passati dovessero ritenersi come que' brevi scompigli, che pur talvolta si levano anche fra persone dilette, e da obbliarsi facilmente; nessuno nella solennità del reintegrato Statuto avesse a piangere: dall'altra perchè non fosse somministrato pretesto agli stranieri d'intervenire nelle faccende nostre con la loro diplomazia, e peggio con le loro armi. — Inoltre, dal partito violento mi dissuadeva la mala compagnia reazionaria od anarchica, che in queste occasioni sempre ribolle, e ti spinge fuori dei limiti del tuo disegno. Nè anarchici, nè reazionarii; estremi entrambi. Siffatta maniera di gente servendo piuttosto alle passioni proprie, che al bene dello Stato, sono fastidio sempre, vergogna spesso, qualche volta rovina della parte a cui si attaccano; sozzi in vista, nè meno in effetto dannosi de' serpenti di Laocoonte.
Io intesi fare così. Ottenuta la proroga dell'Assemblea mandai Deputati di qualunque Partito, purchè probi, nelle Provincie, affinchè, investigato lo spirito e le tendenze delle Popolazioni, sopra l'anima e coscienza loro ne riferissero dentro breve spazio di tempo. Al punto stesso, io con ogni conato, e sinceramente, mi adoperai nel negozio dello adunare milizie. Mi volsi a tutti i Partiti, parlai a tutti gl'interessi, eccitai tutte le passioni. Feci comprendere agli amici della Restaurazione correre loro dovere di conservare intero lo Stato alla Corona; non prendessero il desiderio del richiamo del Principe a pretesto di codardia, imperciocchè io non indicassi loro nemici nuovi, sibbene antichi, tali dichiarati dallo stesso Sovrano, già combattuti, e certamente acerbi per le recenti offese sopra i campi lombardi. Serbare lo Stato intero, e respingere, s'era possibile, ogni aggressione straniera, formava il dovere primo di ogni cittadino; o almeno tentarlo. Altra causa ad operare lealmente consisteva per me nella promessa solenne data dalla Toscana ai Popoli Lunensi e della Garfagnana di difenderli, per quanto forza umana bastasse; e delle altre ragioni altrove indicate non parlo, avvegnadio quando ti lega la religione della promessa tra gente onesta più lungo discorso non abbia luogo.
Però io devo confessare, che da tutti questi sforzi sperava potesse ottenersi tanto da provvedere all'onore prima, e poi al benefizio delle sorti della Patria, non però quanto bastasse a giusta difesa, se l'Austria si fosse avventata con grosso sforzo di gente contro di noi. Onde era ordine al Generale D'Apice, che dove i nemici si fossero affacciati grossi così da non poterli per qualsivoglia estremo di virtù impedire, anzichè sprecare senza prò sangue umano, si ritirasse protestando: in ogni altro evento proteggesse la Garfagnana, e Massa e Carrara. La disperata difesa, che andavano immaginando i Repubblicani, non poteva farsi, e quel seppellirci sotto le rovine delle città è partito che il Paese civile repudia. Queste deliberazioni, è vero, salvano all'ultimo i paesi, ma sul momento li guastano, e noi non li possiamo patire sciupati. Quando le palle nemiche avessero a bucherare i nostri palazzi, ohimè! non vi parrebbero eglino malconci dal vaiolo? Ed a chi mai di noi basterebbe il cuore di vedere il suo palazzo col vaiolo? Siffatte enormezze si hanno da lasciare ai Barbari, che non vogliono sopportare dominio straniero in casa, come sarebbero il russo Rostopchin a Mosca, o il vescovo Germanos a Missolungi; una volta avemmo ancora noi un Biagio del Melano.... ma, come Barbaro, lo abbiamo dato all'oblio, così che io giocherei Roma contro uno scudo che neanche venti dei miei civilissimi lettori ne conoscono il nome.[585] Chè se i Toscani un giorno, per volontà dei cieli, e per virtù propria mi chiariranno bugiardo, pensino che io faccio capo saldo a tutto 12 Aprile 1849; e se non vorranno pensare a questo, io domanderò perdono, se pure i miei occhi saranno aperti, e sarà incerto se con maggiore esultanza me lo concederanno essi, o lo domanderò io. Fino a quel giorno la evidenza mi dà la ragione e l'angoscia di averla.