«1º I pieni poteri non sieno illusione nè facoltà che scappano ogni momento di mano, ma libero esercizio di pensare e attuare subito quanto si reputa necessario per la salute della Patria.

«2º Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o indeterminato, con obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla, — pena la dichiarazione di traditore.

«3º Sospensione di ogni quistione intorno alla forma del Governo.

«4º I Deputati rimangano a Firenze per condursi a richiesta del Potere Esecutivo, in qualità di Commissarii per la Guerra, nelle Provincie, e sovvenirlo in altra maniera.

«Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. Scelga chi vuole per Capo, Dittatore, o che altro; le parole sono nulla, le cose tutto. Io sarò lieto di mostrare come deva obbedire chi ama la Patria davvero. Addio.

«A dì 2 aprile 1849.

«Amico — Guerrazzi.»

Chiamo i signori Prefetto Massei e Consigliere Paoli a Firenze per assistere alla Tornata dell'Assemblea del 3 aprile, perchè essi somministrassero schiarimenti sul modo col quale avevano saggiato lo spirito pubblico allorquando, a Livorno e a Pisa, lo avevano detto contrario alla Repubblica, e la opinione loro sostenessero apertamente.[645] In quel giorno mi viene offerto da Livorno un Battaglione di Volontarii, ed importa apprendere il come: «Feci conoscere (scrive Massei) al Ministro dello Interno la necessità di decidersi per l'accettazione o il rifiuto della offerta di un Battaglione di Volontarii fatto da alcuni patriotti livornesi, sotto nome di Battaglione repubblicano, pronti a renunziare al nome[646] Ed io rispondo come si legge a pag. 625. Poche ore dopo, riparando all'oblio del nome, con Dispaccio telegrafico, aggiungo: «il Battaglione può chiamarsi Del Fante, livornese, morto a Krasnoie. Ritenuto quanto ho detto su le armi e su gli Ufficiali, si metta in via.»[647]

Nel giorno 3 aprile accadde la Seduta memorabile dell'Assemblea, nella quale per certo io non lusingai parte repubblicana, nè essa lusingò me, e fu detto di sopra: in quel giorno stesso certo ufficiale della Posta mi portava un plico aperto diretto a lui, dove stavano incluse lettere per gli spettabili signori Ottavio Lenzoni, Cesare Capoquadri, Orazio Ricasoli, Gino Capponi, conte Serristori, ed altri parecchi, di cui non rammento il nome, raccomandandogli che facesse recapitarle al domicilio dei segnati. Sospetto era lo invio; ritenni si trattasse di trame, e il tenore della lettera breve mandata all'ufficiale confermava grandemente il dubbio: pure rimisi ai mentovati Signori le lettere col sigillo intatto, e solo gl'invitai a non volere partecipare ad intrighi, rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie braccia. Ora ho da dire che commisi al Segretario scrivesse conoscerne io il contenuto, ma il fatto sta che, non avendole aperte, io non lo conosceva. Siccome al mondo tutta cortesia non è anche spenta, così qualcheduno, a cui duole del mio non degno strazio, mi fa tenere per mezzo del mio Difensore una copia della lettera da lui ricevuta onde me ne valga, la quale dichiara così:

«Al vero Cittadino.