«11. Non gli si raccomanda che in ogni evento salvi l'onore del Paese, perchè in questo il General D'Apice non ha mestieri di raccomandazione.

«12. Le migliori truppe saranno postate nei passi più deboli della linea di difesa. — Organizzare una riserva in seconda linea in modo da soccorrere con celerità i posti attaccati.

«Firenze a dì 1º aprile 1849.

«G. Manganaro.»

L'Accusa legge con l'occhio cieco del Bano di Croazia l'ordine di lasciare da parte la quistione su la forma del Governo, e l'altro d'indagare destramente se la Repubblica piaccia o no; il quale non era senza arguto consiglio, però che, i partigiani della Repubblica ponendo nel Generale grandissima fede, io disegnava adoperarlo a persuaderli efficacemente, in virtù della convinzione che doveva nascere in lui dal coscienzioso esame dei fatti, a deporre la ubbia di volere instituita la Repubblica in Toscana:[650] nemmeno apprezza l'Accusa l'Articolo 6, il quale pure spiega a chiare note, che il Generale faccia sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quanto sarebbe per desiderare egli ancora, che il suo Stato intero si conservasse. Questo è il concetto che parimente dettai nel Manifesto alla Gioventù Fiorentina, ma qui più esplicito e là più coperto, siccome consigliava prudenza, chè adesso favellavo con un uomo solo, e discreto per indole, per instituto obbediente. Si sollevano le cateratte all'Accusa soltanto allo Articolo 9, dove raccomando di accordarsi con gli Stati Romani per fare causa contro il comune nemico, perchè gli ha da considerare come destinati a formare una sola famiglia con noi, SE I CASI NON VOGLIONO ALTRIMENTI. Che cosa trova qui da riprendere l'Accusa? Forse trattasi qui di Unificazione con Roma repubblicana? Quanto queste Istruzioni negli altri Articoli esprimono, non esclude simile concetto? E meglio non lo escludono fino dalla radice il cumulo dei fatti concomitanti? — O dunque che cosa significa egli cotesto Articolo? — interrogherà l'Accusa. — Ed io rispondo avere in altra parte manifestato i miei pensieri in proposito. Il Ministero Capponi,[651] dettando la commissione al Legato Ridolfi per le Conferenze brussellesi, si palesò vago di vedere Toscana arrampicarsi su pei greppi degli Appennini, e mettere un piede in Lombardia; a me cotesti possessi lombardi non andavano a sangue, e mi pareva che meglio potesse allargarsi verso la Umbria, memore dell'antica Etruria, di cui furono confini la Magra e il Tevere; il quale concetto mi parve allora, e ritengo anche adesso, più classicamente politico, per ragioni che non importa discorrere. A me piaceva parte degli Stati Romani, non già nella guisa che disse David quando gli morì il figliuolo avuto da Betsabea: «Poichè non verrà più a me, io me ne vado a lui;»[652] ma sì nel modo contrario, voglio dire che, invece di andare a loro, essi venissero a me; onde se, senza pericolo di commettere tradimento, si può desiderare ampliato lo Stato da parte di Ponente, non si sa come appo l'Accusa si corra pericolo di fellonia, piegando questo desiderio a Levante. Io poi giudico, e quanti hanno pratica delle faccende politiche giudicheranno meco, che corra necessità assoluta di ampliare i piccoli Stati, conciossiachè, mettendo pure da parte il riflesso che le difficoltà degli Stati grandi diventino tribolazioni vere pei piccoli, i tempi (per dire tutto in una parola sola) impongono l'obbligo di tali spese a cui gli Stati piccoli non possono sopperire. Avviene per questi come nelle private proprietà, dove i troppo grandi possessi non recano danno minore dei troppo piccoli alla pubblica economia, chè in quelli nuoce la inerzia a usufruttare, in questi la impotenza. Ed a me talora, pensando lungamente su le condizioni economiche della Toscana, veniva fatto concludere: «Noi abbiamo gl'incomodi di un guscio di noce armato come un vascello a tre ponti.» Siffatto mio intendimento poi non avrebbe dovuto suonare nuovo all'Accusa, poichè mi scoppiò fuori quasi per forza nella Tornata del Consiglio Generale toscano del 22 gennaio, e venne con la consueta carità raccolto, ravviato, e messo in vetrina dallo amico nostro il Conciliatore.[653] — E forse nè anche a questo tacerà l'Accusa, e dirà che simili disegni deggionsi dai Ministri cacciare via come tentazioni del Demonio; ed io, poichè, tra le tante e strane vicende della mia vita, mi trovo ridotto anche a questa, di favellare di politica con l'Accusa, mi permetterò osservarle, che, se i casi volevano, avremmo potuto compensare la Chiesa in Lombardia, a modo di esempio, col ducato di Parma, che già fu suo, e com'ella sa, o piuttosto non sa, da Paolo III, nel 12 agosto 1545, dato in feudo ecclesiastico, reversibile dopo la estinzione della linea mascolina, a Pier Luigi Farnese; la quale investitura però non tolse, che nel 1718, in virtù del Trattato della quadruplice alleanza, Art. V, Cap. I, fosse dichiarato feudo imperiale, senza il consenso del Duca Francesco, come senza attendere alle proteste d'Innocenzo XIII;[654] e neppur tolse più tardi che nel 1731 le milizie austriache l'occupassero, per consegnarlo a Don Carlo infante di Spagna. Tutto questo poi ho voluto raccontare, perchè l'Accusa conosca che simili composizioni di Stati, e sieno ancora della Chiesa, si costumino fare senza pericolo di tradimento, per via di Congressi e col mezzo di Trattati politici. E mi sembra non presumere troppo di me, se affermo che il mio concetto d'ingrandire, se lo volevano i casi, la Chiesa in Lombardia e la Toscana nella Umbria, superò in bontà quello di ampliare Toscana in Lombardia, o si attenda alla Storia e alla antica parentela dei Popoli, o alle comodità geografiche, o finalmente alle altre tutte cagioni per le quali avviene che lo accomunarsi piace che succeda, e successo si mantenga. Che se poi ad ogni modo pretenderà l'Accusa, che i miei desiderii e presagii costituiscano peccato, senta una cosa l'Accusa: — prometto confessarmene; — e mi lasci stare.

L'Accusa dirà, immagino: — della commissione del 1º aprile 1849 ego te absolvo, e se a malincuore Dio solo lo sa; ma con altri ganci ti tengo; ora rispondi: come ti scuserai del Dispaccio del 18 marzo 1849 mandato al Generale D'Apice?[655] — Parmi la risposta breve: nè lo mandai, nè lo firmai. — Ma egli è composto collettivamente, però che accenni a conferenze avute col Governo Provvisorio. — Che monta questo? Il Montanelli come Presidente del Governo Provvisorio si reputò rappresentare l'ente complesso, e credo dirittamente pensasse; e tanto è vero che fu così, che sebbene vi adoperi il numero plurale non pertanto si sottoscrive: G. Montanelli. — Ma dunque come va ch'è scritto di tuo carattere, tranne la firma? — Il signor Montanelli praticava un costume assai somiglievole, per quanto leggiamo scritto, a quello della Sibilla Cumana; notava le cose sue su fogli sparti, e gli lasciava ora qua, ora là; io uso diversamente, e pongo cura diligentissima a tenere in sesto non solo lo scrittoio mio, ma anche l'altrui; e talvolta alle tre ore antimeridiane mi sono trattenuto allo Ufficio per accomodare le carte arruffate dei Segretarii. Ora il signor Montanelli avendo conferito col Generale D'Apice, spontaneo o richiesto gli mandò la commissione in discorso, e lasciò sul mio tavolino la minuta del Dispaccio neppure sottoscritto; tornato la sera, vidi il foglio, lo lessi, e parendomi, come veramente era, di nessuna rilevanza, lo stracciai pel mezzo e lo gittai nella paniera. Ragionando nel dì successivo delle varie cose del giorno innanzi, il signore Montanelli mi venne interrogando se avessi veduto le Istruzioni partecipate al D'Apice; e negando io, egli soggiunse avermene lasciato sul tavolino la minuta; allora immaginando che accennasse alla carta gittata nella paniera, la ricercai, ne misi insieme i quattro pezzi, e domandai se a sorte intendesse di quella. Avendomi risposto per lo appunto essere, io per gentilezza non consentendo ch'ei la ricopiasse emendai il fallo involontario riscrivendola; e scritta che fu, lo avvertii: «E parti commissione questa sufficiente per noi? E pensi che possa contentarsene il Generale? Siffatta vaghezza mette a strano partito noi e lui; bisogna essere precisi nello indicare le cose che vogliamo sieno fatte; altrimenti tu me lo crei di punto in bianco Dittatore, e ti togli l'adito a mai trovarlo in peccato. Ancora, e scusami amico mio, — e questa commissione di promuovere gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa significa mai? Questa è buona per un negoziatore, non per un Generale; questa poteva darsi dal Direttorio a Buonaparte mandato alla conquista d'Italia; ma a D'Apice, che ha da starsene in Toscana, io non vedo a che giovi; la sua commissione è militare, non politica, e meglio importava indicargli i luoghi della frontiera, ove urge, e noi vogliamo che si afforzi. Inoltre, gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa sono eglino? Toscana non è confusa ancora con gli Stati Romani, e penso, che male ciò possa effettuarsi; forse mai, — ed a questa ora tu ne dovresti essere quanto me persuaso: di più, Toscana non assunse ancora forma repubblicana, e dubito forte se mai l'assumerà;[656] pertanto sai tu che cosa mi pare tu abbi ordinato al D'Apice? Che abbandonate le nostre frontiere, ei se ne vada diritto a prendere soldo dalla Repubblica Romana.» Sorrise Montanelli, e, come costumava, tutto soave mi rispose: «Ormai l'ho spedito;» e preso il foglio lo sottoscrisse.

In vero, come avrei potuto dare al Generale cotesta commissione, e come contestargli essere conforme alle conferenze verbali, se i miei colloquii e le mie commissioni suonavano diversi? — Il Generale D'Apice udito in testimonianza depone: «Avendo avuto luogo di recarmi due o tre volte a Firenze, ho udito in coteste circostanze parole da lui che mi fecero credere non fosse lontano a ristabilire in Toscana il Granduca Leopoldo II, e dette maggiormente forza a tali mie supposizioni il discorso fattomi dal medesimo signor Guerrazzi l'ultima volta che parlammo insieme, il quale consistè nello avvertirmi che in ogni caso importava difendere la frontiera, perchè, se tornava il Granduca, avrebbe avuto piacere di trovare non menomato lo Stato neppure delle provincie che da cotesta parte gli si erano aggiunte; per la quale cosa tolto commiato da Firenze e giunto a Lucca riunii davanti a me i due Tenenti Colonnelli Facdouelle e Fortini, e Colonnello Baldini, e ripetei loro in sostanza il discorso del signor Guerrazzi,[657] nè mai alcuno di noi si è occupato di vedere se convenisse più l'una che l'altra forma di governo, quantunque fra le istruzioni suddette vi fosse pure questo incarico[658] Più oltre: «Nel richiedere al Ministro della Guerra più ampie istruzioni, ebbi in veduta specialmente la comparsa del Granduca Leopoldo o di altro in suo nome, avendo presente il discorso fattomi dal signor Guerrazzi sul possibile ritorno del medesimo Granduca, per cui bisognava difendere la frontiera; come pure non avevo dimenticato le qualche parole confidatemi dal Guerrazzi, per cui mi era parso ch'ei non fosse alieno da trattare il ristabilimento del Granduca.» Non importa notare nemmeno che il Generale non accenna a un tempo soltanto, ma a tre diversi; e comecchè mi manchi modo di riscontrarlo, io do per sicuro che la prima volta e la seconda egli si portasse a Firenze prima del 27 marzo 1849; e ciò avverto onde l'Accusa si vergogni avere, in onta al vero, sostenuto che simili disposizioni in me nascessero, tardo pentimento, dopo la battaglia di Novara. Ora, se io avessi scritto al Generale come suona il Dispaccio del 18 marzo 1849, e gli avessi favellato come egli depone, avrebbe avuto motivo a dubitare della sanità del mio cervello. Anzi, dove bene s'intenda, parmi evidente la prova che cotesta commissione fosse del tutto fattura non mia, imperciocchè io mi ero lasciato andare fino a fargli sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e quella lo incarica di sostenere la Repubblica; donde la necessità della doppia origine di siffatte manifestazioni. Per la quale cosa ammonisco i miei Giudici, che colui il quale tiene con varie persone discorso diverso può reputarsi talvolta, ed essere, uomo mascagno; credere poi che un Magistrato parli a un Generale bianco e gli scriva nero, per lo meno è da matto.

A questo tempo si referisce la seguente lettera, che io scriveva al signor Consigliere Carlo Bosi, dalla quale si fa manifesto come io sentissi di coloro, che più si mostravano smaniosi per la Repubblica.[659]

«Al Governo di Livorno.

«Qui non può farsi nulla. La Patria versa in grandissimo pericolo. Io ne ho assunto la malleveria davanti agli uomini e a Dio: voglio riuscirvi, o morire: ormai della vita poco m'importa, anzi mi pesa. Ordino pertanto sia posto termine alle perturbazioni manifeste e segrete contro il Governo, e contro la quiete pubblica. Chi sono gl'infami che altro non sanno che dividere la Patria e spaventare la città, senza mai — mai prendere uno schioppo e arruolarsi nella milizia finchè dura il pericolo? Wimpfen ha minacciato in Casale con 10 mila Austriaci mettere capo a partito alla Italia Centrale; ma non sono 10 o 20 mila Austriaci quelli che temo, sibbene questi commettitori di scandali. Voi mi farete esatto rapporto di quanto avviene, indicandomene gli autori; e quando vi ordinerò arrestarli, voi non dovete porre tempo tramezzo, fosse mio fratello: altrimenti renunziate. Oh! è facile sostenere la Repubblica con la gola fioca di acquavite e di fumo; con la opera poi la cosa è diversa. Il Popolo non si disonori con atti brutali: s'invigili cautamente il contegno di tutti; se commettono fallo, si raccolgano prove e mi si rimettano. Per suscitare la forza bisogna sia forte la Legge. La Inghilterra, che non ci avversa, dichiara che dove continuino in Livorno gl'insulti alle persone, ai Consoli, alle Insegne ec., provvederà al Paese come già fece a Lisbona. Per Dio! mi viene il sangue al viso. Badate i retrogradi; vi sono, e vanno puniti: ma