«Tu molte cose hai indovinato: altre no. La troppa acutezza sfonda il foglio. Io quando scherzo ragiono come te; ma in questo mi sento superiore a te: che credo in più e migliori cose, come, a modo di esempio, nella capacità del Popolo a diventare superiore a quelli che lo hanno superato. Mi raccomandi giustizia; io ti assicuro che il tuo amico mostrerà sempre giustizia e generosità. Scusami la brevità. Tu se' discreto, e pensa che non istò in prigione per avere tempo di scrivere a lungo. Addio.

«Firenze, 27 ottobre 1848.

«Affez.mo F.-D. Guerrazzi.

«Al Cittadino Niccolò Puccini. — Pistoia.»


«Amico Carissimo.

Sai tu? le lettere mie saranno brevi, in istile di XII Tavole. — Per ora fo bene? Tu gridi: bravo Cecco! — Perchè dai di occhio ai tuoi poderi; e finchè faccio gli affari vostri, io vo d'incanto. Sta benone. Il Ministero canaglia non parti che ritenga del gentiluomo più che non credevano? Lasciamo gli scherzi, frutto fuori di stagione. Io vado innanzi secondo la mia coscienza, che, comunque inasprita, fu sempre onesta e buona. Se io non potrò dire come Pericle sul termine della vita, cioè: non avere mai offeso nessuno; spero potrò affermare non averlo offeso senza giustizia. E sta sano, mandandomi democratici deputati, — se più tardi non li volete avere escamisados.

«Firenze, 16 novembre 1848.

«Affez.mo F.-D. Guerrazzi.

«All'Ill.mo signore C. Niccolò Puccini.»