Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio, rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci dagli sbracati e dagli scamiciati, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati. Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro intitolato Lo Stato Romano in varie parti dell'Apologia: mi giovi qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «Chi rompe paga, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi, usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi, e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine 87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura nelle voglie pazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti, li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella, ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana, lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della mia Apologia, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:

«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e, come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana, che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio, perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione, amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè davano nome ed esempio peggiori.»

Ora, che cosa egli è questo vedere, e non vedere, a modo della Vergognosa di Camposanto? Non si gittano addosso accuse pessime per iscivolare via lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca. La storia scrivono gli Storici, non gli Scoiattoli. Egli doveva verificare le accuse, e se accertate esporre gravemente, e lealmente, e se non riusciva ad accertarle doveva trascurarle, perchè davvero raccattare quello, che ai giorni di oggi s'incontra per via, è mestiere da carrettaio, non ufficio da Storico. Tra lo Storico, che pazientemente raccoglie la materia, la studia, la saggia, la sottopone a religiosa indagine, e alla fine la veste con forme caste ed elette di stile, e lo scrivano che tuffa la penna nello inchiostro e la mena di su e di giù per le carte, la differenza che corre è grande quanto fra un pittore e uno imbiancatore; oltre che elle paiono, coteste del Farini, come veramente sono, ipocrisie, che putono di vieto lontano un miglio; e per un momento ho quasi dubitato, che dei Gesuiti oggimai fossero le voci, ed altri avesse avuto le noci; chè se la cosa non istà per l'appunto come la credo, in quanto a noci, almeno mi pare, che se le sieno spartite, e da un pezzo.... — A pagine 218 afferma: «che i Ministri tennero consiglio co' sollevatori nei Circoli nella notte dell'8 febbraio.» E veda l'onesto Farini, questo fatto che sarebbe cagione di capitale condanna, nemmeno l'Accusa (che non ha fatto a risparmio per inventarne grosse) ha osato affermarlo. A pag. 219 pone: «che nell'8 febbraio il Governo prima gridò, poi disdisse la Repubblica;» ed anche questa è calunnia pretta che neppure ha potuto riscontrare nell'Accusa, — fidata scorta degli erranti passi. Intorno alla inverosimiglianza delle tre lettere scritte dal Granduca, con le quali prima chiede, poi renunzia, e finalmente torna a sollecitare i piemontesi aiuti, ho discorso altrove; le due prime possono credersi, non già la terza, che a me pare immaginata a posta per salvare chi aveva promesso quello che non doveva promettere, e non poteva mantenere, se gli ordini costituzionali si vogliono osservare.

Però in queste mie miserie mi hanno somministrato non mediocre argomento d'ilarità le lodi smodate con le quali prosegue la commissione del Ministero Toscano del 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi per le Conferenze di Brusselle. Se io di mia certa scienza non sapessi essere allora Presidente del Consiglio Gino Capponi, non lo crederei a cui mel giurasse; però che Gino Capponi sa, che politica francese di Enrico IV, e seguita sempre da Richelieu a Lamartine inclusive, fu tenere deboli e divise la Germania e la Italia, e sa che gli Stati piccoli congregati ad equilibrio di leghe all'urto degli Stati uniti e grossi non reggono, come vedemmo ai tempi di Ludovico il Moro; e finalmente sa che rovina d'Italia fu appunto questa, operata in buona parte dal Magnifico Lorenzo dei Medici, che in condurre un disegno piccolo e cattivo pose arte e sagacia eccellenti: che mentre le si stavano componendo su i confini, grosse ed unite, l'Austria e la Francia, essa durava frantumata in piccoli brani; nè potersi della indipendenza nostra neppure parlare là dove nell'alta Italia non venga posto uno Stato forte capace a guardare le frontiere da vicini potentissimi; — e nonostante che queste cose sapesse, leggiamo con maraviglia commettere al Marchese Ridolfi di consentire che la Lombardia si concedesse a un figlio di Carlo Alberto, e la Venezia o ad un Arciduca di Austria, o a Francesco V di Modena; in quanto alla Sicilia s'ingegnerà di promuoverne la separazione dalla Corona del Re di Napoli, assegnandola in retaggio a un figliuolo di lui; i Ducati di Parma e Modena ad ogni modo si sforzasse fare abolire; e per quanto concerne Toscana si adatterebbe a prendere di Lombardia un pezzo, ma non tale che si avesse a dire di lui: la carne non vale il giunco; però di 12 oncie buon peso, e senza osso, — e per di più Toscana non vorrebbe chiedere, ma sì piuttosto desidererebbe essere pregata. — Cose sono queste da far cascare le braccia ad ogni fedele cristiano. Così, invece di diminuire, si accrescevano le divisioni in Italia! E quello poi che riesce più stupendo a vedersi si è, che Farini, il quale si sbraccia a maledirmi (e se fosse vero, come è falso, avrebbe fatto bene) per essermi mostrato avverso alla composizione necessaria di uno Stato gagliardo, trova a lodare un concetto che guastava il presente e l'avvenire. Egli è vero che debole Stato siamo noi, e la nostra voce poco avrebbero ascoltato; e questo a parere mio somministrava un motivo di più o per parlare almeno magnanimi, o per tacere prudenti; e concludo sostenendo che un uomo dotto nelle storie e nelle ragioni della politica, come Gino Capponi, non può avere consentito così mirifica commissione, e mi pare assai che volesse tôrne il carico il Marchese Ridolfi, se pure non ebbe ordini segreti, che, la stupenda commissione correggendo, la riducessero ai termini del credibile. — È falso quanto scrive Farini a pag. 285, che «i Governanti Toscani non erano amici al Piemonte;» io ho chiarito, onde non si rinnuovi questa sventura, come taluni fra i Piemontesi si dimostrassero, all'opposto, poco amici dei Toscani. — Dello esilio di Massimo Azeglio, e delle ingiurie al Lovatelli di che ragiona a pag. 332, davvero nulla so, che pare qualche cosa dovrei saperne, ed anche questa va messa al monte. Delle contumelie stampate contro Gioberti, non occorre fare altra parola. Non fu il 4, ma il 3 di aprile, che l'Assemblea sospese il voto intorno alla Unione con Roma, non lo profferì contrario, come Farini asserisce erroneamente, dacchè, in modo diverso, fino da quel giorno la Restaurazione sarebbe stata decisa, e quanto racconta in seguito non accaduto, come quello ch'era ad accadere impossibile. — In due luoghi scrive, che gli agitatori menavano tanto rumore che Guerrazzi non gli sapeva sopportare (pag. 219), e che i lazzaroni democratici deturpavano la Toscana, fremente lo stesso Guerrazzi! (pag. 332.) Ma io ricuso cotesto pane dato con la balestra, anzi perfino col punto di esclamazione in fondo; e neppure si potrebbe onestamente accettare, perchè accompagnato da soverchie tumidezze e da bugie. Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi; bugia l'essermi io ridotto co' Livornesi in Castello; bugia essermi mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del Governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la Restaurazione (pag. 333): le quali cose tutte, secondo che io affermo, essendo con copia di prove dimostrate nell'Apologia, non abbisognano di più largo discorso. Vorrei piuttosto tenere proposito di certa sua imputazione intorno ai successi di Genova, molto più che l'Accusa tocca anche di questi, e poi dice: te li do per giunta; — onde io, che dell'Accusa non vorrei la giunta nè la derrata, mi condurrei volentieri a tenerne ragionamento, ma basti dire (e se sia vero lo può il Farini riscontrare nel Volume dei Documenti della sua Musa, — l'Accusa), — che io desiderai soccorrere Genova quando venne fra noi la notizia, che il Piemonte in gran parte commosso per lo infortunio di Novara, respinto da sè ferocemente ogni principio di accordo, voleva tentare le ultime prove, e quando fu detto che il Generale La Marmora fra i patti della capitolazione ponesse quattro ore di saccheggio[802]. Non si verificò la prima notizia, e, se male fosse o bene, mi confesso incapace di giudicare; in quanto alla seconda, che non si verificasse fu certamente bene. E si acquistò bella gloria Vittorio Emanuele, e diè con auspicii felicissimi fondamento al nuovo Regno, superata Genova, commettendo ogni trascorso all'oblio, concesso prima lo scampo a coloro che consigli di politica lo dissuasero a ricevere su quel momento in grazia; e leggo con piacere come il buon seme generasse frutto migliore, conciossiachè i Liguri lo abbiano di recente accolto nella loro nobile città con dimostrazioni di stima profonda.

In questa nuova percossa della fortuna, come fu visto l'apice a cui possono arrivare la ignoranza con le sue stupidezze, e la tristizia con le sue perfidie, così doveva presentarsi eziandio uno spettacolo di stranezza piuttosto portentosa che rara, e consiste nel concorso di due Giornali, che si accordano fra loro come il Diavolo con l'Acqua Santa (e poichè ad uno Accusato non si addicono le parti di Giudice, io mi asterrò prudentemente dal decidere chi di loro sia il Diavolo, chi l'Acqua Santa), a favellare onestamente di me: uno è il Cattolico dei RR. PP. della Compagnia di Gesù, come ho notato nell'Apologia; l'altro è la Opinione, dello Autore chiarissimo della Vita di Fra Paolo Sarpi, Bianchi Giovini, il quale scriveva nel novembre dell'anno passato: «e prima di questo scisma, ci giustificava uno dei martiri illustri della causa italiana, l'infelice Guerrazzi, il quale, checchè si sia detto da alcuni, non è, e non fa mai mazziniano, e che riconobbe anzi a quali sventurati risultamenti avrebbero condotta l'Italia i delirii di quel Partito. Tentò egli di opporvisi, ma l'onda era troppo forte, ed egli espia in carcere, e sotto la minaccia di un processo iniquo, gli altrui errori.»

L

XXX. I giorni 11, 12, e 13 aprile 1849. — [Pag 756].

«Poteva, dubitare che me volesse prigione.... il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?»

«Sig.r Avv.o Pregiatissimo.

«Per declinare dalle regole prescritte dagli ordini veglianti per l'ammissione di un Legale all'Ordine degli Avvocati, è necessario che il Postulante abbia un merito distinto. La Camera di Disciplina, che io presiedo, non saprebbe immaginarne dei più distinti di quelli che adornano la sua persona. Ed è per questo, che si è recata in sommo pregio di accoglierla nell'Ordine, a cui Ella col suo nome, col suo talento, e con le sue opere accresce lustro e decoro.