«Innanzi tratto, sapete voi, o Signori, in qual modo io venni condotto quaggiù? Rispondendo per voi dico: No, imperocchè mi parrebbe enorme supporre, che voi lo aveste saputo, e consentito. A voi poco preme sapere come infiniti modi per sottrarmi alla disonesta prigionia mi sovvenissero e fossero offerti, i quali tutti, o non adoperai, o ricusai; quello però che dovrebbe premervi è questo: — che la mattina del 12 aprile la Deputazione del Municipio Fiorentino, la quale venne all'Assemblea, consultatomi intorno alla deliberazione presa di governare il Paese a nome del Principe, proposi farvi aderire l'Assemblea onde le Provincie più volonterose concorressero, ed ogni mal germe di discordia fosse tolto via; parendomi ancora pel Principe più onorato, e meno nocivo alla libertà, richiamarlo in virtù del consenso universale, che per forza di tumulto. A istanza altrui formulai un Decreto che suppongo voi abbiate nelle mani; voi sentiste diversamente da me; tuttavolta cotesta carta deve porgervi testimonianza della mia volontà, disposta a contribuire alla pace del Paese con tutte le mie forze.
«Raccomandandomi il Priore Digny la Patria con fervidissime parole, e confortatomi ad adoprarmi dal canto mio onde la sua miseria non si facesse maggiore, io, rispondendo con pienezza di cuore a lui e agli altri membri della Deputazione Municipale, proposi recarmi a Livorno con qualche rappresentanza officiale avesse voluto la Commissione conferirmi per disporre gli animi a starsi all'operato contenti. Accolsero con segni manifesti di gradimento questa proposta, e il Priore Digny m'invitava a non partirmi: sarebbe tornato la sera a concertare la cosa. — Intanto i Deputati si ridussero di quieto ai proprii alberghi, ed io rimasi contro il consiglio di tutti, e ricusata la carrozza offertami dal Colonnello Tommi, stretto dal dovere e dalla parola data alla Deputazione Municipale.
«Il Generale Zannetti e il Colonnello Nespoli vennero verso le ore 3 pom., il primo per assicurarmi che nella serata, con treno particolare, sarei inviato a Livorno; il secondo a offrirmi di mandare qualche compagnia di Nazionale alla Stazione per tutelarmi, ad ogni evento, nel caso avessi voluto partire alle 4. — E poichè il Nespoli accomiatandosi da me mi baciava, come si costuma, in volto, il Zannetti favellò queste precise parole: io non ti bacio adesso, ti bacierò stasera. Tornarono in serata Digny e Zannetti. Il primo tacque delle facoltà che doveva conferirmi la Commissione, donde io inferiva che non me le volesse assentire, ma confermarono entrambi sarebbe il mio viaggio avvenuto nella notte per Livorno. Stessi pronto a partire. Verso le ore 3 del mattino ricevo il biglietto che unisco, pel quale Zannetti mi annunzia alcuni non volere lasciar libero il passo, opinare la Commissione trasferirmi pel Corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Carabinieri, avrebbe messo la Nazionale. Questa lettera, che accenna mutamento di esecuzione a concerto che resta fermo, in sostanza mi turbò alcun poco, non tanto però che mi facesse dubitare di uomini probi ed amici. Zannetti venne tardi la mattina, e dichiarò la prudenza consigliare che per 2 o 3 giorni rimanessi in Fortezza, tanto che la plebe si sdracasse. Allora le donne, e il Commesso della Segreteria dello Interno Roberto Ulacco, vollero tenermi compagnia. A confermarmi nella mia fede valse il fatto seguente: che manifestando io esser privo di danaro per pagare il viaggio, e certi miei debiti, il Priore Martelli mi portò L. 1000, e me le consegnò giusto in quel punto che da Palazzo Vecchio muovevamo a Palazzo Pitti. Durante il cammino, Zannetti mi avvisò la Commissione non pareva inclinata mandarmi a Livorno, e mi interrogava se fossi stato contento a starmi qualche tempo lontano dal paese. Risposi: avere l'animo travagliato così dalle sciagure della Patria, che lo avrei reputato beneficio; egli però conoscere le mie fortune; provvedesse come gli pareva meglio. Ed egli a me: lasciassi fare, avrebbe accomodate le cose in serata, e il giorno appresso sarebbe venuto a darmene ragguaglio. Non l'ho veduto più. — Mi coglie il ribrezzo pensando da cui mosse la insidia; ma insidia vi fu, e bruttissima, a modo delle Valentinesche. Ora vorrete voi Gentiluomini giovarvi di trame proditorie, e di fede tradita?
«Sapete voi come io stia ristretto in carcere con altre cinque persone? Io rispondo per voi, e dico risolutamente: No. Dentro una stanza alberghiamo quattro, due uomini e due donne, fra queste la nepote sedicenne, cavata per pochi giorni di convento per visitare lo Zio. Voi siete padri, o Signori. — Io non aggiungo parola; — solo desidero vi preservi il Cielo dalla umiliazione di vedere così poco curato il pudore delle vostre figliuole!...
«Da nove giorni qui altro non si fa che scalpellare, turare, mettere ferrate, cassettoni, graticole e bodole, tirare tende, inchiodare catenacci, invitiare bandelle, murare e smurare; e tutto questo con tale una perturbazione del corpo e tortura dell'animo, da non potersi con parole significare. La mancanza di aria, di moto, la vista della gente che mi soffre attorno, la cura che mi lima dentro, hanno inasprito le mie infermità, e temo peggio.
«Cagione di tanto esquisita sevizia si allegano certi segnali fatti dalle finestre. Se alcuno di voi vedesse di quale generazione sieno queste ferrate e questi cassettoni, e se sapesse che da martedì in poi stanno al posto, di leggieri vi persuadereste della falsità del rapporto. Nelle cariche che ho occupato mi son guardato sopra tutto dalle relazioni degli amici zelanti; ho preferito piuttosto le censure acerbe dei nemici, perchè le prime mi avrebbero quasi sempre sospinto a errare, le seconde qualche volta mi schiarirono. Certa fiata mi annunziarono il Barone Ricasoli far grande raccolta di armi e di cannoni, a Broglio, e mi accusavano di colpevole oscitanza perchè non commettessi perquisizioni ed altri simili fastidii: io stetti saldo, e fatta cautamente e discretamente esaminare la cosa, conobbi le armi esservi, ma non molte, e per armare la Nazionale, ed esservi pure i cannoni, ma di terra cotta. Se trascorrevo a credere, sarei stato ingiusto e ridicolo. E perchè non metta più parole intorno a quest'infelice argomento, dirò che in carcere sono tenuto, per la intelligenza, come un bruto; per salute, come uomo che si voglia spegnere; per angustia, come Guazzino; — insomma come un Ciantelli non immaginò tenermi quando mi mise le mani addosso.
«E perchè sono ritenuto io? Per delitto, o per sospetto? Se per delitto, si proceda a processo regolarmente e civilmente; io risponderò dei miei fatti collettizii e particolari. Il Governo Provvisorio fu necessità: voi lo consentiste, e certo non vorrete allegare che lo faceste per forza, imperciocchè offendereste voi stessi, non patendo violenza lo animoso Magistrato. Consultare il Paese intorno alla sua volontà, era pure cosa necessaria, ed io l'assentiva, perchè lo stesso Principe dal voto universale non repugnava, estimandosi amato, e perchè Emanuele Fenzi mi assicurava non alieno lo stesso Senato. Se il voto non riuscì universale, colpa degli uomini ignavi, non mia; e nè tutti gli Elettori della vecchia Legge Elettorale concorrevano a votare. E le note stampate non facevano ostacolo, perchè ogni Partito poteva stampare le sue, e le manoscritte accettavansi. Intanto il Popolo che ora vuole il Principato allora gridava Repubblica, ed io fui solo contro alle sue ire, e negai che una mano di gente usurpasse il voto del Popolo consultato con modi civili; e non senza pericolo della mia persona, e biasimo grande degli esagerati, l'ottenni.
«Mi opposi a Laugier: in prima, perchè a noi mancavano avvisi certi del Principe; e del Laugier conoscendo la vita e i costumi, non era ignaro dell'avversione manifestata da lui contro la Casa del Principe fino all'assedio di Gaeta; finalmente si presentava con la invasione dei Piemontesi, alla quale conoscevo poco propenso il Granduca; e nemmeno ignoravo agitarsi un Partito nella Toscana, specialmente, a Lucca, per darsi al Piemonte. Io stesso n'ebbi eccitamenti, e nelle tasche della mia veste da camera, chiusa nei bauli che sono in Palazzo Vecchio, se non m'inganno, deve esserne rimasta la prova. Di più, la impresa di Laugier venne meno per opera dei Popoli che non gli vollero dar reità, e il suo ultimo Proclama al Popolo della Versilia chiaramente lo manifesta. Come mi studiassi a fare che la votazione dell'Assemblea procedesse libera, ne porgono testimonianza la rivista alla Nazionale, i detti e gli scritti pubblici. E comprendendo troppo bene come si dovesse calare ad onorevole accordo col Principe, allontanai quelli che mi pareva avessero a contrastare simile concetto più efficacemente degli altri, o arrestandoli, o beneficandoli, cosa che si accomoda meglio alla mia natura. All'Assemblea mi opposi alla decadenza del Principe, alla proclamazione della Repubblica, e all'Unione con Roma: perchè la prima cosa mi sembrava piena di pericolo per la Patria; alla seconda non reputando accomodati i tempi nè i costumi; rispetto alla terza, parendomi cotesta Unione uno di quei matrimonii che si contraggono in articulo mortis; e dei miei colleghi parte ebbi avversi, e parte fermi a gran pena. A me il Popolo chiedeva la Repubblica, a voi il Principato; io negai, voi assentiste; e con ciò disposi quello che avete fatto voi e voleva fare io, pel bene di questa Patria comune, ma con onore, salve sempre la libertà e la sicurezza delle persone. Atti, e scritti attestano questo mio concetto, e lo attesteranno anche persone spettabili, costituite presso noi in ufficio diplomatico.
«Avere dato opera alla difesa dei confini non deve ridondarmi in biasimo, sia perchè la difesa era stata promessa a codesti Popoli nella loro dedizione, e fu rinnuovata poi; sia perchè mi pareva onorevole rendere il Paese quale era stato lasciato al Principe, commettendo per l'avvenire la cura di provvedere a lui stesso. Tutelai la Religione richiamando lo Arcivescovo di Firenze, e tenendo ferme le censure comminate da Lui contro preti protetti dal Popolo; mantenni con ogni supremo sforzo il Paese salvo da omicidii e da saccheggi: l'altrui vita salvai esponendo la mia.
«Spero che nessuno di voi mi reputi così scellerato o stolto, che per me si partecipasse al fatto eternamente lamentabile dell'11 aprile. Il Battaglione Guarducci ottima prova di sè aveva fatto a Pistoia, siccome lo attestano le dichiarazioni che io mi ebbi, e la fede dello egregio Franchini mandato a speculare sui luoghi. Da Arezzo, dove fu diretto, prima vennero biasimi, poi giustificazioni per la parte del Romanelli, onde io non reputai commettere fallo rendere cotesto Battaglione a Pistoia, facendolo transitare da Firenze, e qui fornirlo di armi e di vesti. Intorno a questa gente io non ricevei mai reclamo, nè credo lo ricevesse il Ministro della Guerra. I Volontarii raccolti in Fortezza di San Giovanni erano consegnati, ordinai che non uscissero, e lì dovevano organizzarsi, appunto come il Battaglione che n'era uscito il giorno 9. Le compagnie stanziate in Borgo Ognissanti commisero brutti falli e insolenze: queste furono sottoposte alle discipline militari: quando alcuni di loro furono arrestati a Porta a Prato, andai di persona, gli rimproverai acerbamente, e, chiamati più volte gli ufficiali, ordinai si punissero con tutto il rigore della Legge. La Nazionale di Guardia può far fede del successo. Simili insolenze non erano nuove, e furono commesse anche dalla gente stanziata all'Uccello, la quale ricercata e punita non porse argomento a gravi contese; molto meno a collisioni sanguinose. Quando avvenne il fatto di Piazza Vecchia, andai di persona, — e quello che operassi, e quali pericoli corressi per istrappare a forza cotesti sciagurati dalla guerra infame, ve lo dica la gente, non io. — Meglio per me fossi morto quel giorno!