—Veglio io, rispose don Francesco, ma senza pro. I misteri della natura si tentano invano.—Gira, rigira; io te lo do per giunta, se riesci a ritrovare la porta donde sei entrato.—Chi inventò a distinguere il tempo, che fugge in ore, in minuti e in secondi, io per me tengo che fosse uno dei peggiori tristi che mai abbiano vissuto nel mondo. Capisco ancora io che, viaggiando per Roma o per Napoli, l'uomo possa mettere il capo fuori della carrozza onde procurarsi il piacere di leggere sopra le colonne migliarie di quanto spazio ha accorciato il termine del suo viaggio; ma quando la città a cui ci avviciniamo è Necropoli, il Campo-santo, oh! allora vada allo inferno chi mi dice: «siamo per arrivare; ecco l'ultimo miglio!» Queste ore battute, allorchè sono passate ci percuotono come il rumore di un frammento di vita, che ci caschi da dosso per non ritornarci mai più. Forse in giovanezza, quando un orecchio tintinna pei sonagli che vi squassa vicino la follìa, e l'altro ronza d'inviti che vi sussurra dentro la bocca lasciva, il mal suono o non giunge, o giunge fioco. Adesso poi, nella età in cui mi sono condotto, mi pare che le ore scappino più veloci, come i fantini raddoppiano le sferzate all'ultimo giro del palio: Motus in fine velocior. Ora pertanto bisogna attendere con ogni studio… a che attendere? Tutto è contrasto, disordine e confusione nel mondo: noi siamo in guerra contro noi stessi. Io, che dai primi anni ho abbracciato un partito, e mi vi sono confermato con la riflessione, e ostinato con le opere;.. io pure, quando meno me lo aspetto, sento dentro di me uno spirito che discorda da me, e sempre contradice, e perfidia, e con lusinghe, o per forza vorrebbe strascinarmi in parte ove io non voglio andare: se fosse un occhio, o una mano ribelle potrei strapparlo, o tagliarla; ma come arrivare a mettere le mani addosso a questo spirito di rivolta?—Se però non posso strangolarlo, posso ben vincerlo. O spirito di rivolta, perchè ti consigli trattenere il torrente della mia volontà con i tuoi dicchi di ragno? Se tu sei un angiolo, da' retta a me, torna a casa tua perchè predichi al deserto; se demonio, vattene, non m'infastidire adesso: faremo i conti tutti in una volta. Beatrice pensò atterrirmi quando minacciava, che i posteri diranno di me: «ai tempi del profeta Natan i flagelli di Dio erano tre, poi diventarono quattro: fame, peste, guerra, e il Conte Cènci»; e nessun cortigiano mai trovò blandizie più piacenti con la sua lingua dorata.—E così fosse! Ma i posteri non sapranno neppure che tu sei vissuto. Tutto è vecchio, consumato; tutto casca a pezzi quaggiù. I nostri terribili genitori ci hanno divorato tutto; essi ci hanno diseredati persino della facoltà d'infamarci.—O Tiberio, o Nerone, o Domiziano, voi ci avete tolto il diritto di poterci chiamare scellerati.—Voi tuffaste la bocca nel fiume della lussuria e della ferocia mentre a noi avanzano poche stille per saziare la sete. Eppure io mi sentirei cuore e mente da superarli; e se la fortuna mi avesse dato uno impero, o il soglio pontificio, avrei così spigolato nel vostro campo, o Imperatori augustissimi, da non invidiarvi la raccolta. L'arte può supplire, ed anche superare la forza: vi sono diamanti i quali, sebbene piccoli, vincono con la limpidità della loro acqua gemme di mole maggiore. Peccato galoppa, galoppa; poca è la via che rimane… portami nello inferno di carriera serrata…

Un bussare precipitoso alla porta segreta interruppe il corso delle sue malvage riflessioni: credendo fosse Marzio venuto per qualche subito caso, si accostò in fretta, ed aperse. Olimpio anelante, col capo bendato di una tela sanguinosa proruppe dentro la stanza, volgendo il capo indietro come uomo che sospetti essere inseguito, e si gettò a sedere asciugandosi col braccio il sudore della fronte. Don Francesco, comecchè peritissimo a dissimulare, male poteva nascondere la sorpresa e il dispetto alla vista di costui; pure fingendo alla meglio, che potè, lo andava interrogando:

—E qual diavolo ti sbalestra in questo arnese, e in questa ora quaggiù? Tu sei ferito! Quale stroppio è egli accaduto?

—Traditi, don Francesco, traditi; ma giuro a Dio e agli apostoli Pietro e Paolo, che prima di morire io vo scannare quel brutto Giuda traditore, fosse anche mio padre.

—Traditi! E come può essere? Ma tu grondi sangue!

—Non vi badate; egli è un nonnulla, come sarebbe a dire una sopraccarta di pistolettata… la palla mi ha fregato la testa, e nulla più.

—Bene; dunque, Olimpio, accomodati a tuo grande agio, e narrami distesamente quello che ti avvenne.

—Stanotte correva la impresa di sua Eccellenza il Duca di Altemps, dalla quale mi sconsigliava una voce, che sentiva mormorare qui dentro… e se non era cotesto Asino dannato io aveva deciso di provare un po' se, adoperandovi i piedi e le mani, mi fosse riuscito tornare uomo dabbene, o lì per lì; ma nel più bello la secchia è ricascata nel pozzo. L'Asino sta fra me e il paradiso…

—Olimpio, tu hai sofferto nel capo; povero uomo! vaneggi.

—Per Dio! io non isvagello, don Francesco; dico la verità. Aveva compita la impresa del falegname, ma con una apostilla che non ci avevamo messa io nè voi; fu il diavolo in persona che fece bruciare quel disgraziato falegname.