—Certo fu il diavolo, che mise di fuori alla porta una spranga inchiodata per traverso.

—Cotesto feci io; ma vi giuro da bandito di onore, che non altro volli, che impedirlo di saltare subito fuori di casa, e destare tutto il vicinato per aiutarlo a spegnere le fiamme: io non credeva che i vostri fuochi lavorati ardessero così terribili; nè poteva supporre che il maestro perdesse il cervello, da aggirarsi per tutta la casa in fiamme prima di affacciarsi alla finestra. Insomma, io non credei, oh! non credei, che avesse ad uscirne tanto dolore.—Don Francesco, avete sentito il fatto di donna Luisa vostra signora nuora? Quanto ci corre tra noi e lei! Vero sangue latino!

—Anche questo conosco. Certo ella è valorosa femmina… ho io detto valorosa? Sì, e non mi disdico: ogni creatura ha le sue virtù; e se io non fossi Francesco Cènci, non vorrei essere altri che Luisa Cènci: in casa mia le donne superano i maschi di assai. Se i miei figliuoli avessero assomigliato a Olimpia, a Beatrice, o a Luisa; se il secolo paludoso avesse dato luogo ad acquistare fama con qualche onesto studio, con qualche atto o di mano o d'ingegno… forse allora… chi sa?… mi avrebbe preso vaghezza di altra strada;… ma adesso… non ci pensiamo più…

—A me parve, che mi si franasse il cuore; sentii cascarmi giù ogni tristezza, e piansi, piansi come un fanciullo. Per la prima volta pensai a mia madre quando mi nascondeva dietro la gonnella, e prendeva per se le busse che volea darmi mio padre;—pensai alla mia povera Clelia, quando mi aspettava alla fontana;—pensai all'oste di Zagarolo, che ha il vino tanto fresco nella estate;—alla corda di mastro Alessandro, tanto innamorata del mio collo… e veruno di questi cari ricordi m'intenerì tanto, quanto la famosa donna Luisa Cènci. Deliberai mutare vita, e doveva tagliare reciso; ma io volli lasciarvi lo addentellato, e mi sconciai.—Aveva fatto tanto male nel mondo, che pure bisognava attendere a ripararvi con qualche bene; ma il male potei fare da me solo, il bene no. Pensai ad acquistare i centocinquanta scudi del curato per farne dire tante messe per l'anima del maestro e degli altri che ho morti, i quali spero in Dio che non saranno per cagione mia in peggiore luogo che nel purgatorio, ed anche per provvedere alla meglio alla povera vedova; nè levarglieli mi pareva alla fin fine peccato perchè, a vostro dire, voi glieli avevate donati per burla; e per la parte ch'egli poteva averci di suo, la è cosa vecchia che lo accessorio seguita il principale. Mi travestii da accattone, esaminai diligentemente i luoghi, e nottetempo quatto quatto penetrai in casa, e m'impadronii del danaro. Nel ritirarmi entrai dentro un armario; il curato si sveglia, mi scambia pel gatto, e mi scaglia contro una scarpa, che parve una bombarda; ma non gli successe di cogliermi. Avevo notato come il degno sacerdote possedesse un Asino giovane e forte, e disegnai torglielo a imprestito per fornire più comodamente il cammino. Andai per esso: lo sciolgo dalla mangiatoia, gli metto la bardella, ed egli quieto; lo conduco allo aperto, ed egli sempre agevole: quando però si accorse che io volevo montargli sopra, prese a sparare calci da spezzare un monte di ferro. Ah! vuoi battaglia? e battaglia avrai, io dico. Egli calci, e calci io; egli morsi, ed io bastonate da levare il pelo: alla fine egli chinò gli orecchi, e sospirando chiese capitolare. Perdono ai vinti, purchè si lascino cavalcare. Io vi salii sopra, e ce ne partimmo insieme da buoni amici, come se neppure avessimo avuto contesa fra noi. Su lo albeggiare conobbi pendere dalla bardella le bolgette; e dandomi molestia la moneta che portava addosso, vi riposi dentro gli scudi del prete e i miei, che tra argento e oro formavano un valsente di trecento ducati, e più. Cresciuto il giorno io m'inselvai, disegnando rientrare in Roma su la bruna: dell'Asino pensava ormai potermi fidare… ma sì, vatti a fidare dell'Asino!—Però lo lascio andare a suo talento, poco curando ch'ei piegasse la testa a sterpare qualche fronda, o pascere erba. Giungemmo ad un rio assai copioso di acque a cagione di una serra da mandare il molino. L'Asino vi si tuffa dentro: io ritiro le gambe per non bagnarle: ad un tratto la terra si sprofonda sotto di me, l'Asino scomparisce, ed io mi ritrovo nell'acqua fino alla cintura. Il caso improvviso, il diaccio che mi corse per la persona, e più i pensieri che tenevanmi legata la mente, mi resero incapace a prendere su quel subito un partito che mi giovasse. Stendendomi sotto i piedi la bardella vi sbalzai sopra, e quinci spiccai un salto, che mi fece toccare la sponda opposta. L'Asino tristissimo, che si era lasciato andare a posta giù per liberarsi da me appena si conobbe scarico, si levò, voltò le groppe, e via come un cervo. Ahi! Asino giuntatore, Asino ladro!—Ripassai il rio, gli corsi dietro; non ci fu verso raggiungerlo; e' pareva Baiardo che fuggisse davanti Rinaldo[1]: saltava macchie, sbarattava fratte, menava tronchi e sassi; sicchè tenni allora, ed anche adesso io credo, gli fosse entrato il diavolo in corpo. Nella ventura notte, immaginando che l'Asino fosse tornato alla sua stalla, mi provai a penetrare di nuovo in casa al Curato; ma costui la faceva guardare da cani e da villani. E ora?—pensava tra me,—invece di guadagnare ho perduto, e non mi avanza più un baiocco per farne un bene, o un male: ed ecco come io mi trovai, quasi con la mano alla gola, strascinato nella impresa del Duca. Da una parte mi determinò il pensiero, che si trattava di bazzecola… un ratto di donzella!—Signore! e' ci hanno tanto gusto ad essere rapite! E poi coteste le sono faccende che si aggiustano, e il Duca parendomi acceso molto, chi sa che non la togliesse per sua legittima donna, e un giorno ella non me ne avesse obbligo grande? Dall'altra parte, come beneficare senza danari? Dalla impresa del Duca in fuori, non mi sovveniva sul momento altro partito per procurarmene. Chi si è dannato per femmine, chi per terre, o baronìe, chi per moneta: destino di Olimpio era, ch'ei si dannasse per un Asino…

Il Conte guardava sovente fisso in volto colui, immaginando dalla giocondità del racconto che Olimpio favellasse per burla; ma egli mostrava le sembianze compunte così, che venne di leggieri nella contraria sentenza. Olimpio pertanto continuò:

—E' non ci fu rimedio; mi presentai al Duca per concertare la impresa. Aveva studiato l'ora, i luoghi e le abitudini di casa: andammo quattro compagni; io cinque. Il Duca aspettava in istrada con la carrozza. Entrai nel cortile, e dissi al portiere: «Compare, fammi il servizio di chiamarmi su in casa la Crezia, e dille che venga abbasso, che Gioacchino l'aspetta per farle una ambasciata da parte di sua madre… e to' questo papetto per bere». Il portiere andò difilato, e i compagni s'introdussero presto presto nel cortile, ingegnandosi di nascondersi dietro le colonne del porticato. La ragazza scese di volo, cantando come una rondinella: in meno che si dice ave Maria la incamuffammo, e mettemmo in carrozza al Duca, il quale l'accolse a braccia aperte. Ordinai muovessero i cavalli, e noi scortavamo dietro: procedevamo di passo per non destare sospetto, e non incontriamo anima vivente. Ogni cosa va d'incanto, mi disse sottovoce un compagno; a me, pratico di simili negozii, pareva troppo bene, e non m'ingannava; perchè sul punto di sboccare dalla contrada eccoci venire incontro la Corte rinforzata. Sbigottirono gli altri, io—niente paura:—gira cocchiere, grido, e per questa volta corri alla disperata. Dannazione! Un nugolo di sbirri ci piove addosso anche da quest'altra parte. «Giovanotti, mastro Alessandro ha teso il paretaio e se non volete essere arrostiti bisogna rompere le reti; mano a' ferri». Detto fatto; e il Duca stesso scese di carrozza traendo bravamente la spada. Non lo stimava da tanto… O andate, via, a fidarvi delle acque quiete!—Ma gli sbirri non aspettarono che noi ci accostassimo per fare loro i nostri convenevoli, e ci pagarono uno acconto di archibugiate. Chi cadde, e chi rimase in piedi? Davvero io non poteva pensare agli altri, ed il buio era fitto. La beghina, trattasi il bavagliolo dalla bocca, si spenzolava fuori dello sportello della carrozza strillando: misericordia! come se avessimo voluto levarle la vita. La corte urlava anch'essa gridando: ammazza! ammazza! ed io zitto rasentava il muro, e menava colpi che non davano luogo neanche a un sospiro:—mi feci largo…. e via per quanto le gambe mi aiutavano. Andava premendo appena dei piedi la terra, perchè, come sapete, chi corre corre, ma chi fugge vola; e nonostante ciò due sbirri, certamente lacchè smessi, mi stavano alla vita come levrieri: l'ansare di costoro mi sollevava i capelli dietro le spalle, più volte mi strisciarono con le mani le vesti. Svolto un canto, e sempre via; ne svolto un altro, e un altro poi: incominciava a sentirmi il fiato grosso; ma essi pure erano stanchi, e uno più dell'altro, perchè non mi percuoteva uguale lo strepito delle loro pedate. Allora mi sovvenne la storia di Orazio il prode paladino; e parendo a me, che mi avessero accompagnato oltre il dovere, mi fermo, mi volto allo improvviso, e dico addio a quello che mi stava più addosso con una pistolettata in mezzo del petto. Costui girò tre o quattro volte come il cane che si corre dietro alla coda, e poi dette del naso in terra. L'altro capì subito che io intendeva prendere congedo da loro, ed a sua posta, prima di allontanarsi, mi sparò un saluto di un'oncia di piombo, la quale strisciandomi il capo mi ha toccato l'orecchio sinistro,—Non per questo cessai di correre: dopo buon tratto mi fermai speculando attorno per conoscere ove io mi fossi, e mi trovai per avventura presso alle vostre case. Tornare sopra la strada percorsa era perdermi, però che fino a questa parte mi venisse il rumore lontano del brulichìo del popolo commosso, come fanno le acque del Tevere nelle pigne di ponte Santo Angiolo. Decisi appigliarmi al partito, che la fortuna mi aveva posto avvisatamente davanti: mi arrampico su pel muro del giardino, e tentoni tentoni sono venuto fino a voi seguendo la via per la quale mi condusse Marzio… Ora, don Francesco, nascondetemi fino a domani notte perchè, con lo aiuto di Dio, conto tornarmene alla macchia.

Il Cènci, che attentissimo lo aveva ascoltato, gli domandò allora:

—E tu sei propriamente sicuro, che nessuno ti abbia veduto entrare qua dentro?

—Nessuno. Ma voi capite che la corte stando all'erta, su questi primi bollori è bene scansarla;—e poi qui in Roma io respiro un'aria di forca, che mi scortica la gola… davvero non mi si confà.

—E mi assicuri non averti conosciuto persona?