—Se vostra figlia fosse ferita l'ho da medicare?

—No. Ma la credi ferita?

—Mi sembra, e la sua bellezza potrebbe rimanerne guasta.

—Io no voglio, per ora, che perda la sua bellezza; più tardi. Costà nell'armario vi è balsamo e terra sigillata[1]; se farà bisogno la medicherai.

Marzio s'impadronì destramente delle altre chiavi, chè quella del carcere di Beatrice aveva sottratto mentre il Conte dormiva, e ritornò nel sotterraneo.

—Signora Beatrice, tostochè la vide Marzio disse amaramente, ecco i doni che vi manda vostro padre; e levata la lanterna contemplò quella angelica sembianza insanguinata. Compresse un ruggito di sdegno, e quanto seppe meglio amorevole soggiunse:—venite qua—permettete che vi lavi il volto … vi faccio male?—Intanto le andava astergendo le ferite, le medicava con la terra sigillata, e gliele fasciava. Ahi! Dio, di tratto in tratto ripeteva, vedi tu queste empietà? E se le vedi, come puoi patirle?

Compita l'opera, Marzio riprese a dire:

—Fanciulla mia, eccovi i doni che vi manda colui, che chiamate vostro padre—pane ed acqua; io, contro il suo espresso divieto, vi ho aggiunto altri cibi; ma io davvero non so confortarvi a prolungare una vita, che supera ogni più crudele supplizio;—e quello che maggiormente mi trapassa il cuore è, che da ora in poi io non potrò giovarvi più in nulla, perchè—e qui la voce gli diventava fioca—oggi ho deliberato lasciare casa vostra.

—Beatrice declinò il capo come persona tanto sazia di affanno, che ormai, se sente, non sa più lagnarsi dello strale di nuovi dolori.

—Guido è morto, e tu mi abbandoni?