—E chi vi ha detto, che monsignor Guido sia morto?
—Vivrebbe forse?
—Vive, e sano e salvo.
Beatrice piegò la faccia sopra la spalla di Marzio; ve la tenne lungamente, poi sommessa gli disse:
—Guido vive, e tu mi abbandoni?
—Ma siete voi che abbandonate voi stessa. Sentite; io voglio confessarvi cosa, che non paleserei a mio padre se tornasse di là dai morti. Io sono entrato in casa Cènci per adempire un voto; e sapete voi qual voto? Quello di ammazzare il Conte Cènci. Le scelleraggini quotidiane di cotesto maledetto mi hanno sempre più confermato nel mio proponimento; perchè levandolo dal mondo, oltre a satisfare la mia vendetta, mi parrà acquistarne merito presso gli uomini e presso Dio. Ma poichè questo caso vi addolora, io nol commetterò sotto i vostri occhi: di più non posso fare per voi… non vi affaticate a parlare… nessuno potrebbe dissuadermi—nessuno; ciò che deve compirsi si compirà: di ferro ha ucciso, di ferro ha da morire… sono parole di Cristo.
—E come potè recarvi offesa il Conte? Quando veniste ad accomodarvi in casa, sua, io penso che voi gli eravate sconosciuto del tutto.
—Ma io conoscevo lui. Se mi avesse oltraggiato, se ferito, io avrei saputo perdonargli. Certo, gran peccatore sono; ma pure una volta ebbi cuore di cristiano. Egli mi ha ucciso l'anima, e mi ha lasciato la vita: ora io sono morto a tutto, tranne ad una cosa sola, e questa io vi ho detto. Sentite, veh! se io conosceva Francesco Cènci prima di entrare in casa sua; ciò non varrà a dimostrarvelo più iniquo, perchè in lui delitto più, delitto meno non conta; ma tratterrà forse su le vostre labbra le imprecazioni contro il suo uccisore. Io poco so di lettere; vi racconto così come mi porge il cuore, e voi potete credere a tutto come se fosse evangelo. Nacqui in Tagliacozzo; mio padre morì quando io era fanciullo, e mi lasciò selve ed armenti: mia madre cadde inferma, sicchè poco potè guardarmi. Crebbi; presto mi si misero attorno tristi compagni; mi avviluppai per ogni maniera di vizii come dentro un mantello; in breve, tra per danari rubatimi al giuoco, tra per le ingorde usure io venni al verde di ogni mia sostanza: con l'ultimo bicchiere di vino bevuto in casa mia gli amici bevvero l'oblio di me; sparirono col fumo dell'ultima vivanda; ma allo sparire di costoro comparvero altre genti, e furono i creditori; mi spogliarono di tutto, mi cacciarono di casa … spietati! di pieno giorno ebbi a caricarmi la mia povera madre sopra le spalle per trasportarla all'ospedale; i fanciulli maligni mi beffarono per la via; qualcheduno tirò sassi contro di me, e la inferma…. Iniqua stirpe è l'uomo!—Nè qui l'agonìa finisce: prima di arrivare all'ospedale mi circondano gli sbirri, mi tolgono dalle braccia la madre, la depongono in mezzo della strada, e me traggono in prigione. I creditori, non sazii di ogni mia sostanza, volevano anche bevermi il sangue:—udiva un singhiozzare soffocato… ed era mia madre che piangeva: mi voltai per consolarla, ma non la potei vedere perchè i miei occhi erano pieni di lacrime di sangue. Tentai parlare… neppure… sta bene.—
Marzio tacque alquanto; poi, asciugatosi il sudore dalla fronte, riprese:
—Ruppi la prigione, presi la macchia, mi vendicai di tutti. Al fanciullo, che gittò sassi contro mia madre, ruppi il cranio sopra una pietra; sta bene. Indi in poi segnai il calendario con la punta del mio coltello—ogni giorno fu un rigo di sangue: mi ardeva la pelle; il sangue ubbriaca peggio del vino. Dio giudicherà se io avrei potuto resistere al demonio, che prese possesso dell'anima mia; io non addurrò scusa; se merito pietà voglia perdonarmi, se no mi condanni; ma di quello che ho fatto, e dell'altro che intendo fare, io non so pentirmi… il compito che la vendetta ha posto in mano della morte non è ancora terminato; al mio rosario manca un paternostro—una testa di morto—quella del padre vostro. Nel regno faceva mal'aria per me; venni su quel della Chiesa, ed entrai nella compagnia di Marco Sciarra.