Quanto commisi da bandito non importa che voi sappiate; così non lo sapesse la Giustizia eterna! Un giorno di sabato, al tramontare del sole, seduto sopra una selce fuori le ultime piante della macchia, teneva le gomita appoggiate su l'archibugio, l'archibugio traverso alle ginocchia, e la faccia appuntellata ai pugni. Aspettava i compagni presso la quercia della Rocca Odorisi per fare le nostre preghiere della sera davanti alla immagine della Madonna attaccata alla querce, e metterci d'accordo su le faccende del domani. L'aria pareva una bocca di forno; il sole, che tramontava, aveva sembianza di un cuore insanguinato dentro un catino di sangue; i capelli lunghi mi si erano rovesciati su gli occhi; e, visti così traverso i raggi vermigli, apparivano anch'essi pieni di sangue come per certa infermità, della quale ho udito ragionare un compagno che ha dimorato un tempo nelle parti della Polonia[2]: me li tirai dietro le orecchie; invano. Tutte le cose mi si mostravano vermiglie: il cielo, i campi e gli animali; i tronchi degli alberi erano colore di rame, e le foglie, lucide di un verde smeraldo, riflettevano pure raggi di sangue: ebbi orrore di me! Fosse una itterizia di sangue!—Ho paura, mormorai; perchè sono solo? Oh avessi qui la compagnia di una creatura vivente per liberarmi dai miei terrori! In questo momento volgo attorno i torbidi sguardi, e vedo apparirmi davanti una sembianza angelica, signora Beatrice, proprio una Madonna staccata dal quadro, e venuta a rallegrare la terra… e poi… sentite… e non vi offendete, veh! meno ch'ella era un po' riarsa dal sole, e della persona di voi più poderosa assai… vi rassomigliava affatto: portava una mezzina sul capo, e veniva a prendere acqua dalla prossima sorgente. Io, senza pensarlo, mi rinvenni su le labbra il salus infirmorum delle litanie. Costei vedendomi vestito da masnadiero, ed armato, non soprastette, nè fece atto alcuno di viltà; e invero, di che cosa doveva ella temere? Contro la rapina la difendeva la povertà, contro la violenza la difendeva un cuore di Lucrezia, e lo stile attraversato alle trecce dei capelli: proseguì il cammino, e quando mi passò davanti, con voce di foglie novelle ventilate dai primi fiati di primavera, mi disse: la Beata Vergine vi consoli!—Non levai la faccia, non risposi; solo voltai gli occhi, e le tenni dietro finchè potei scorgerla. Allora, pensando al modo e al punto in cui mi era comparsa davanti, esclamai: il Signore ha pietà di te!—Ma poi, leggendo la storia dei misfatti commessi nel cielo e nella terra, che continuavano a parermi tinti di sangue, irridendo me stesso, aggiunsi: sì, certo, Cristo ha altro a fare, che prendersi cura di me.—E qui ecco la medesima voce, come lo arbusto messo dalla Provvidenza sul ciglio di una balza per salvare chi precipita, scendermi improvvisa sul cuore, ripetendo: la Vergine vi consoli!—Era la fanciulla che, attinta l'acqua, tornava a casa pel medesimo cammino. La sera successiva tornai alla Querce della Vergine, e la fanciulla venne consolandomi col solito saluto, e l'altra, e l'altra poi. Che vi dirò io più? Durare un giorno intero senza cibo sapeva, senza vederla no.—Passò un buon mese senza che nè la fanciulla nè io, per tempo ventoso o per pioggia, ci rimanessimo da convenire tutte le sere alla Querce della Madonna; e per tutto questo spazio di tempo ella a me non disse altro, che: la Vergine vi consoli! ed io a lei: Dio vi rimeriti, Annetta!—Ella aveva nome Annetta Riparella, ed era del paese di Vittana, figliuola di un pastore del contado. Certa sera, senza muovermi dalla selce dove stava seduto, con voce umile la chiamai: «Annetta, mettete giù la mezzina, se vi piace—e venite a sedervi presso a me, se non vi rincresce». Depose subito la mezzina, mi guardò fisso negli occhi, e con le sue pupille condusse le mie alla santa Immagine della Querce. Io intesi ch'ella con quel muto linguaggio volle significare: mi metto sotto la protezione della Madonna.—Allora io mi levai, la presi per mano, e, condottala davanti alla Immagine devota, le favellai così: «Annetta, dove andiamo noi?—Egli è vero, che camminiamo da un pezzo senza sapere dove dobbiamo riuscire?—La casa di mio padre abita gente straniera; su i campi, che furono miei, altri semina, ed altri miete. Di bene io nulla posso offerirti, e nulla ti offro. All'opposto, ascoltami attentamente perchè io non ti voglio ingannare: sopra la mia testa fu messa la taglia;—tutta l'acqua che hai attinto alla fontana non basterebbe a lavarmi le mani… non me le guardare, tu non vi puoi scorgere nulla; il sangue di cui vanno contaminate non possono vedere che i miei occhi, e quelli di Dio. Unendo la tua vita alla mia ti aspettano giorni di pericolo, notti di paura, tempi di patimento, e vita di vergogna. Ai figli, se mai ce ne desse la disgrazia, sai tu qual retaggio potrei lasciare io? Una camicia insanguinata. A te qual vedovile? Il nome di moglie dello impiccato.—Se do ascolto al mio cuore, vorrei che tu mi scegliessi per marito; se al mio giudizio, amerei che tu mi rifiutassi; però nè ti prego, nè ti sconsiglio: ho gittato i dadi, e accetto il tiro che mi manderà il destino: aprimi dunque schiettamente il tuo cuore, e non temere di recarmi offesa,—perchè, per questa Santa Vergine che ci ascolta, se desideri rimanere libera, io ti giuro che da questa sera innanzi tu non vedrai più la mia faccia.—«Marzio, rispose risoluta la fanciulla, conosco i vostri misfatti, e voi; e che da gran tempo io avessi scelto, pensava che i miei occhi ve lo avessero appreso: meglio con Marzio il dolore, che con altro allegrezza. Che cosa importa a me, che abbiano posto la taglia sopra la vostra testa? Se la giustizia vi cerca, noi ci nasconderemo insieme; se ci trova insieme, ci difenderemo; se ci prende, moriremo insieme. Ma non è di questa giustizia che il mio cuore si affanna; vi ha una giustizia, che non cercando trova; un occhio, che non chiude mai le palpebre sul peccato; e questa giustizia io vorrei che voi placaste, Marzio; quello che non può fare tutta l'acqua del fiume lo fa una lacrima sola,—la lacrima della penitenza». Così favellava Annetta semplice fanciulla, che ogni sua educazione aveva ricavata dallo amore che portava ardentissimo alla Madre di Dio. Mi sentii come rompere una ghiaia in mezzo del petto, e sommesso ripresi: «Annetta, io mi ti lego per fede di abbandonare i compagni quanto prima mi venga fatto, perchè lasciandoli allo improvviso sospetterebbero di tradimento, e al sospetto terrebbe dietro la morte mia;—molti essi sono, e potenti. Frattanto io giuro astenermi da ogni opera malvagia, e giuro ancora condurti per mia legittima sposa, e amarti sempre. E così dicendo mi trassi dal dito uno anello, che fu della madre mia; e accostatolo al volto della Immagine santa come per consacrarlo, lo posi nel suo soggiungendo: tu sei mia sposa.—«Io non possiedo anella, favellò Annetta; ma taglia una ciocca dei miei capelli, e conservala per promessa di unirmi in santo matrimonio con te». Trassi il coltello, ed ella piegò il collo; così feci, ma la mano mi tremò, e i capelli caddero, e il vento gli sparpagliò sopra la terra. Malaugurio era quello. Ella levò il capo, e sorridendo disse: «e tu tagliane un'altra, che importa? Tanto, se la ventura sarà buona ne ringrazierò Dio; se avversa, mi piacerà ugualmente; non ti ho detto che sono parata a tutto?»
Pochi giorni dopo, mediante spie fidatissime, pervenne notizia al signor Marco, come dal regno e dallo stato della Chiesa ci muovessero incontro grosse bande di armati per toglierci in mezzo, e prenderci a man salva. Il signor Marco, che quantunque dalla sorte maligna fosse ridotto alla condizione di capo-bandito, pure possedeva copiosamente le qualità che convengono a esperto uomo di guerra, mi spedì senza indugio negli Abruzzi a tenere di occhio la corte di Napoli, per sorprenderla in qualche imboscata. M'istruiva a parte a parte dei luoghi, e del modo da praticarsi; e mercè la virtù dell'ottimo capitano così riusciva fortunata la impresa, che non uno,—non uno sbirro rimase vivo per riportare a casa la nuova della sconfitta. Dopo dieci giorni di lontananza io ritorno: con qual palpito io mi avvicinassi alla Querce della Vergine lascio considerarlo a voi, che intendete a prova gli affanni dello amore.—A piè della querce trovai Annetta,—la trovai—ma ammazzata.
Aveva stracciati i capelli, le membra lacere, e le vesti; nel viso io le vidi le orme di piedi che l'avevano calpestata; un coltello fitto nel seno le trapassava il corpo fino dietro le spalle, e la punta per bene quattro dita stava conficcata nella terra….
Comprai un panno scarlatto; feci lavorare una bara di legno dorato; ve la riposi dentro con le mie mani, copersi coi fiori le lividure, e le ferite … come era mai bella anche morta!—e accompagnato dai popoli del contado, in mezzo al pianto universale, io stesso dava sepoltura al cuor mio: nel calarla giù nella fossa mi mancò il lume dagli occhi, e vi caddi sopra. Quando rinvenni mi trovai seduto in terra; la fossa era riempita, il prete mi sorreggeva piangendo, e alcune donne pietose mi consolarono piangendo. Mi alzai, e me ne andai senza profferire parola.
Ricercando seppi come da alcuni giorni il conte Francesco Cènci fosse venuto ad abitare la Rocca Petrella, che tra noi si chiama ancora Rocca Ribalda; le tracce di costui erano di sangue. Una voce nel cuore mi disse: egli è l'omicida. Presi a investigare più sottilmente il caso, e per relazione di un garzoncello pastore conobbi, che tutte le sere Annetta andava alla Querce della Vergine, e genuflessa si tratteneva lunga ora a pregare davanti la Immagine. Certa sera il garzone vide passare a cavallo un uomo, che alle vesti ed al portamento gli parve un barone. Costui fermò il cavallo, e stette a considerare la fanciulla finchè essa non ebbe terminata la preghiera: allora andatole incontro, parve che s'ingegnasse di entrare in colloquio con lei; ma essa lo aveva salutato, e tirato innanzi pel suo cammino. La sera successiva il garzone, stando nel medesimo luogo a pascere pecore, vide sbucare dal macchione due bravi, che sorpresa la giovane le bendarono gli occhi e la bocca, e lei, invano dibattentesi, strascinarono via. Il pastore aveva taciuto per paura, adesso parlava per guadagno; sicchè con diligenza ne cavai fuori informazioni precise su le vesti, e su le fattezze dei ribaldi. Presi a tenere di occhio alla ròcca; nella notte mi aggirava intorno alle sue mura come un lupo, nel giorno mi appiattava dietro le siepi, o su pei rami degli alberi. La ròcca stava chiusa come la cassa dello avaro. Ma un giorno si aperse, e ne uscì fuori un uomo, che ai panni riconobbi per uno dei bravi veduti dal pastore: procedeva cauto, e portava, come diciamo noi, la barba sopra la spalla; ma io gli piombai addosso a guisa di falco: egli era atterrato, sotto i miei ginocchi, ed io gli teneva le mani alla strozza, prima che avesse avuto tempo di sapere che cosa fosse.—Ti salverò la vita, gridai, se mi confessi come uccidesti la fanciulla della Querce. Livido dalla paura, egli mi narrò che il suo padrone Conte Cènci vista la fanciulla, e trovatala bella, concepì desiderio di averla alle sue voglie; però che a lui e ad un altro servo ordinava rapirla, e portarla nella ròcca, reputandola facile acquisto; ma vedendo che con la fanciulla tornavano corte le lusinghe, e le minacce non riuscivano meglio, e parendo al Conte di fare anche troppo onore a cotesta villana, era ricorso alle violenze, alle quali la fanciulla aveva risposto menando valorosamente le mani. Onde il Conte l'aveva presa pel collo, ed essa lui, e caduti per terra vi si erano rotolati dandosi a vicenda morsi e percosse. Alla fine la giovane, come più svelta, per la prima si levava in piedi, ed aveva dato di un calcio nel viso al Conte, dicendo: «Togli, vecchio ribaldo: se avessi avuto il mio stile, a quest'ora ti avrei scannato;—ma ti sta meglio un calcio;—fra giorni ha da tornare mio marito, e, per la Vergine benedetta, non avrò pace finchè non mi porti le tue orecchie in regalo». Don Francesco si levò a sua posta senza profferire parola; e prima che la disgraziata avesse potuto schermirsi l'arrivò con sì terribile coltellata, che la passò fuor fuori dalle spalle, ed ella cadde senza potere pur dire: Gesù, e Maria! Un singulto, e basta. Poi la pestò, in vendetta del calcio ignominioso, come si pesta l'uva. Venuta la notte ci comandò portassimo il cadavere a piè della Querce della Vergine, e noi lo portammo, perchè chi mangia il pane altrui ha da obbedire. Il Conte ci tenne dietro con la lanterna; e quando avemmo depositato supino il cadavere sopra la terra egli cavò il coltello, lo rimise dentro alla ferita, e pigiando forte ne conficcò la punta nelle zolle. «Quando verrà tuo marito, esclamò il Conte, tu gli racconterai ancora questo». Udendo ciò m'invase il furore, nemico sempre al buon fine dei concepiti disegni, e gridai al vassallo: «va dunque, avverti il tuo padrone che il marito di Annetta Riparella è ritornato, e che stanotte lo visiterà in casa sua com'è dovere». E non mancai alla promessa, perchè, sovvenuto dai più arrisicati fra i miei compagni, assaltai la ròcca, saccheggiai ed arsi il palazzo. Bruciai il covo, ma la volpe si era salvata. Il Conte non avendo forza da resistere, partì subito a precipizio; e tanta fu la fretta di cansarsi di là, che penetrato nella sua stanza io rinvenni sul tavolino una lettera a mezzo scritta[3]. Se mai un giorno andrete alla ròcca, voi potrete vedere i segni della mia vendetta impressi col fuoco sopra le muraglie. Che cosa mi avanzava nel mondo, e che cosa mi avanza adesso? Vendicarmi, e morire. Però avendo contato discretamente tutto il mio caso al signor Marco, egli lodommi molto nel partito preso, mi confortò a perseverarvi, e mi fece offerte da fratello; poi, comecchè malvolentieri, richiedendola io, mi dava licenza. Rasi i capelli e la barba, mutate le vesti mi ridussi a Roma, giurando per l'anima della defunta di temperare con la prudenza ogni intempestivo furore.
Mentre io stavo mulinando la maniera di entrare come famiglio in casa vostra, ecco la fortuna che volle favorirmi con istrano accidente. Andando per piazza di Spagna sento dietro di me un rovinìo, uno schiamazzo di voci, che gridavano: «alla vita, bada alla vita!»—Mi volto, e vedo una carrozza trasportata a furia da cavalli che avevano preso il morso co' denti. Il cocchiere, balestrato giù dal sedile, aveva percosso il capo sopra un piuolo, e giaceva col cranio aperto da un lato della strada; chi fuggiva, chi si affacciava alle finestre, chi su lo sporto delle botteghe, senza dare aiuto e senza neppure pensare a darlo; stupidi e spietati, per vedere soltanto come si sarebbero rotto il collo bestie e cristiani, e poi cavarne i numeri per giuocarseli al lotto[4]… Umana razza! Io mi gittai al morso di un cavallo; e quantunque per buono spazio seco mi strascinasse a furia, pure giunsi a fermarlo. Allora mise fuori dello sportello la faccia tranquilla e mansueta un barone di età matura, il quale, dopo avere commendato molto il mio coraggio, mi pregò a volermi presentare in giornata al palazzo del Conte Cènci.
Così è; io, nè più nè meno, mi era trovato a salvare la vita, senza saperlo, al mio atroce nemico. Non me ne dolsi, anzi me ne compiacqui; perchè se fosse morto in altro modo, che di ferro, e per le mie mani, mi sarebbe parsa vendetta rubata.
Il Conte mi accolse co' modi che si confanno a gentiluomo; prese contezza di me, e sentendo come io stessi ozioso per Roma, egli medesimo mi propose accomodarmi in casa sua.—Era quello che con tanto studio io cercava: certo il pellegrino non bacia tanto devotamente la Madonna della santa casa di Loreto, come io toccai le soglie di questo palazzo, col proponimento di circondare il Cènci di solitudine e di desolazione.—Diseredato di qualunque affetto, superstite ai cari figli, che io disegnava uccidergli con varia morte, orfano del cuore come aveva fatto me… quando la vita gli fosse riuscita di supplizio, la morte sollievo, conservarlo finchè i suoi polsi avessero sentito spasimo di agonìa; quando poi l'anima stupidendosi si fosse adattata alla sventura… allora precipitarla per via di sangue nel sepolcro sanguinoso dei suoi.
Un mostrarmi pronto ad eseguire ogni comando, un consigliare astuto, un proporre immaginosi trovati mi acquistarono mano a mano la sua confidenza, per quanto può fidarsi costui, che sempre, e di tutti e di se stesso diffida. Ora immaginate voi quale sorpresa fosse la mia, quando conobbi nessuno maggior piacere avrei potuto recargli come ammazzargli i figliuoli! Il suo odio snaturato vinse il mio; e dove pure io avessi continuato a portarvi rancore perchè generati dal suo sangue, o come avrei potuto tormentarvi più atrocemente di quello che si facesse vostro padre? Alla ira subentrò una pietà profonda per tutti, ed in ispecie per voi, signora Beatrice;… perchè per voi, povera fanciulla, ho concepito una tenerezza… uno amore sviscerato, che mi rammenta la buona anima della defunta, e mio malgrado mi sforza a lacrimare…
E, vinto dalla passione, Marzio fece atto di piegare le ginocchia davanti a Beatrice; se non che questa con mano pronta lo trattenne, dicendogli: